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LONTANO di Luigi Pirandello | Testo

Lo straniero, scostando tutti, si chinò su la barella; ne tolse via cautamente la coperta, e sotto gli occhi di Venerina raccapricciata scoprì un povero infermo quasi ischeletrito, che sbarrava nello sgomento certi occhi enormi d’un così limpido azzurro, che parevano quasi di vetro, tra la squallida magrezza del volto su cui la barba era rispuntata; poi, con materna cura, lo sollevò come un bambino e lo pose a giacere sul letto.
– Via tutti, via tutti! – ordinò don Pietro. – Lasciamoli soli, adesso. Per voi, figliuoli, penserà il capitano dell’Hammerfest. – E, richiuso l’uscio, aggiunse, rivolto alla nipote: – Vedi? Poi dici che non siamo fortunati. Un vapore a ogni morte di papa; ma quell’uno che arriva, è la manna! Ringraziamo Dio
– Ma chi è? Si può sapere che è avvenuto? – domandò di nuovo Venerina.
E don Paranza:
– Niente! Un marinajo malato di tifo, agli estremi. Il capitano m’ha visto questa bella faccia di minchione e ha detto: « Guarda, voglio farti un regaluccio, brav’uomo ». Se quel poveraccio moriva in viaggio, finiva in bocca a un pesce–cane; invece è voluto arrivare fino a Porto Empedocle, perché sapeva che c’era Pietro Mìlio, pesce–somaro. Basta. Andrò oggi stesso a Girgenti per trovargli posto all’ospedale. Passo prima da tua zia donna Rosolina! Voglio sperare che mi farà la grazia di tenerti compagnia finché io non ritornerò da Girgenti.
Speriamo che, per questa sera, sia tutto finito. Aspetta oh… debbo dire…
Riaprì l’uscio e rivolse qualche frase in francese a quel giovane straniero, che chinò piú volte il capo in risposta; poi, uscendo, soggiunse alla nipote:
– Mi raccomando: te ne starai di là, in camera tua. Vado e torno con tua zia.
Per istrada, alla gente che gli domandava notizie, seguitò a rispondere senza nemmeno voltarsi:
– Pesca, pesca: tricheco!
Forzando la consegna della serva, s’introdusse in casa di donna Rosolina La trovò in gonnella e camicia, con le magre braccia nude e un asciugamani su le spallucce ossute, che s’apparecchiava il latte di crusca per lavarsi la faccia.
– Maledizione! – strillò la zitellona cinquantaquattrenne riparandosi d’un balzo dietro una cortina. – Chi entra? Che modo!
– Ho gli occhi chiusi, ho gli occhi chiusi! – protestò Pietro Mìlio. – Non guardo le vostre bellezze!
– Subito, voltatevi! – ordinò donna Rosolina.
Don Pietro obbedì, e poco dopo, udì l’uscio della camera sbatacchiare furiosamente. Attraverso quell’uscio, allora, egli le narrò ciò che gli era accaduto, pregandola di far presto.
Impossibile! Lei, donna Rosolina, uscir di casa a quell’ora? Impossibile! Caso eccezionale, sì. Ma quel malato, era vecchio o giovane?
– Santo nome di Dio! – gemette don Pietro. – Alla vostra età, dite sul serio? Né vecchio, né giovane: è moribondo. Sbrigatevi!
Ah sì! Prima che donna Rosolina si risolvesse a licenziarsi dalla propria immagine nello specchio, dovette passare piú di un’ora. Si presentò alla fine tutta aggeggiata, come una bertuccia vestita, l’ampio scialle indiano con la frangia fino a terra, tenuto sul seno da un gran fermaglio d’oro smaltato con pendagli a lagrimoni, grossi orecchini agli orecchi, la fronte simmetricamente virgolata da certi mezzi riccetti unti non si sa di qual manteca, e tinte le guance e le labbra.
– Eccomi, eccomi…
E gli occhietti lupigni, guarniti di lunghissime ciglia, lappoleggiando, chiesero a don Pietro ammirazione e gratitudine per quell’abbigliamento straordinariamente sollecito. (Ben altro un tempo quegli occhi avevano chiesto a don Pietro: ma questi, Pietro di nome, pietra di fatto.)
Trovarono Venerina su tutte le furie. Quel giovine straniero s’era arrischiato a picchiare all’uscio della camera, dov’ella s’era chiusa, e chi sa che cosa le aveva bestemmiato nella sua lingua; poi se n’era andato.
– Pazienza, pazienza fino a questa sera! – sbuffò don Paranza. – Ora scappo a Girgenti. Di’ un po’: lui, il malato, s’è sentito?
Tutti e tre entrarono pian pianino per vederlo. Restarono, trattenendo il fiato, presso la soglia. Pareva morto.
– Oh Dio! – gemette donna Rosolina. – Io ho paura! Non ci resisto.
– Ve ne starete di là, tutt’e due, – disse don Pietro. – Di tanto in tanto vi affaccerete qua all’uscio, per vedere come sta. Tirasse almeno avanti ancora un pajo di giorni! Ma mi par proprio ch’accenni d’andarsene, e non mi mancherebbe altro! Ah che bei guadagni, che bei guadagni mi dà la Norvegia! Basta: lasciatemi scappare.
Donna Rosolina lo acchiappò per un braccio.
– Dite un po’: è turco o cristiano
– Turco, turco, non si confessa! – rispose in fretta don Pietro.
– Mamma mia! Scomunicato! – esclamò la zitellona, segnandosi con una mano e tendendo l’altra per portarsi via Venerina fuori di quella camera. – Sempre così! – sospirò poi, nella camera della nipote, alludendo a don Pietro che già se n era andato. – Sempre con la testa tra le nuvole! Ah se avesse avuto giudizio…
E qui donna Rosolina, che toglieva ogni volta pretesto dalle continue disgrazie di don Paranza per parlare con mille reticenze e sospiri del suo mancato matrimonio, anche in quest’ultima volle vedere la mano di Dio, il castigo, il castigo d’una colpa remota di lui: quella di non aver preso lei in moglie.
Venerina pareva attentissima alle parole della zia; pensava invece, assorta, con un senso di pauroso smarrimento, a quell’infelice che moriva di là, solo, abbandonato, lontano dal suo paese, dove forse moglie e figliuoli lo aspettavano. E a un certo punto propose alla zia d’andare a vedere come stesse.
Andarono strette l’una all’altra, in punta di piedi, e si fermarono poco oltre la soglia della camera, sporgendo il capo a guardare sul letto.

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