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LONTANO di Luigi Pirandello | Testo

XI
– L’Hammmerfest! arriva l’Hammerfest! – corse ad annunziare a Venerina don Paranza tutto ansante. – Ho l’avviso: guarda: arriverà oggi! E L’arso è partito. Porco diavolo! Chi sa se farà a tempo a rivedere il cognato e gli amici!
Scappò dal Di Nica con l’avviso in mano:
– Agostino, l’Hammerfest!
Il Di Nica lo guardò, come se lo credesse ammattito.
– Chi è? Non lo conosco!
– Il vapore di mio nipote.
– E che vuoi da me? Salutamelo!
Si mise a ridere, con gli occhi chiusi, d’una sua speciale risatina nel naso, sentendo le bestialità che scappavano a don Pietro nel tumultuoso dispiacere che gli cagionava quel contrattempo.
– se si potesse…
– Eh già! – gli rispose il Di Nica. – Detto fatto. Ora telegrafo a Tunisi, e lo faccio tornare a rotta di collo. Non dubitare.
– Sempre grazioso sei stato! – gli gridò don Paranza, lasciandolo in asso. – Quanto ti voglio bene!
E tornò a casa, a pararsi, per la visita a bordo. Su l’Hammerfest, appena entrato in porto, fu accolto con gran festa da tutti i marinai compagni del Cleen. Egli, che per gli affari del vice–consolato se la sbrigava con quattro frasucce solite, dovette quella volta violentare orribilmente la sua immaginaria conoscenza della lingua francese, per rispondere a tutte le domande che gli venivano rivolte a tempesta sul Cleen; e ridusse in uno stato compassionevole la sua povera camicia inamidata, tanto sudò per lo stento di far comprendere a quei diavoli che egli propriamente non era il suocero de L’arso, perché la sposa di lui non era propriamente sua figlia, quantunque come figlia la avesse allevata fin da bambina
Non lo capirono, o non vollero capirlo. – Beau–père! Beau–père!
– E va bene! – esclamava don Paranza. – Sono diventato beau–père!
Non sarebbe stato niente se, in qualità di beau–père, non avessero voluto ubriacarlo, non ostante le sue vivaci proteste:
– Je ne bois pas de vin.
Non era vino. Chi sa che diavolo gli avevano messo in corpo. Si sentiva avvampare. E che enorme fatica per far entrare in testa a tutto l’equipaggio che voleva assolutamente conoscere la sposina, che non era possibile, così, tutti insieme!
– Il solo beau–frère! il solo beau–frère! Dov’è? Vous seulement! Venez! venez!
E se lo condusse in casa. Il cognato non sapeva ancora della nascita del bambino: aveva recato soltanto alla sposa alcuni doni, per incarico della moglie lontana. Era dispiacentissimo di non poter riabbracciare Lars. Fra tre giorni l’Hammerfest doveva ripartire per Marsiglia.
Venerina non poté scambiare una parola con quel giovine dalla statura gigantesca, che le richiamò vivissimo alla memoria il giorno che Lars era stato portato su la barella, moribondo, nell’altra casa dello zio. Sì, a lui ella aveva recato l’occorrente per scrivere quella lettera all’abbandonato; da lui aveva ricevuto la borsetta, e per averlo veduto piangere a quel modo ella s’era presa tanta cura del povero infermo. E ora, ora Lars era suo marito, e quel colosso biondo e sorridente, chino su la culla, suo parente, suo cognato. Volle che lo zio le ripetesse in siciliano ciò che egli diceva per il piccino.
– Dice che somiglia a te, – rispose don Paranza. – Ma non ci credere, sai: somiglia a me, invece.
Con quella porcheria che gli avevano cacciato nello stomaco, a bordo, se lo lasciò scappare, don Paranza. Non voleva mostrare il tenerissimo affetto che gli era nato per quel bimbo, ch’egli chiamava gattino. Venerina si mise a ridere.
– Zio, e che dice adesso? – gli domandò poco dopo, sentendo parlare lo straniero, suo cognato.
– Abbi pazienza, figlia mia! – sbuffò don Paranza, – Non posso attendere a tutt’e due… Ah, Oui… L’arso, sì. Dommage! che rabbia, dice… Eh! certo, non sarà possibile vederlo… se il capitano, capisci?… Già! già! oui… Engagement… impegni commerciali, capisci! Il vapore non può aspettare.
Eppure quest’ultimo strazio non fu risparmiato al Cleen. Per un ritardo nell’arrivo delle polizze di carico, L’Hammerfest dovette rimandare di un giorno la partenza. Si disponeva già a salpare da Porto Empedocle, quando il vaporetto del Di Nica entrò nel Molo.
Lars Cleen si precipitò su una lancia, e volò a bordo del suo piroscafo, col cuore in tumulto. Non ragionava piú! Ah, partire, fuggire coi suoi compagni, parlare di nuovo la sua lingua, sentirsi in patria, lì, sul suo piroscafo – eccolo! grande! bello! – fuggire da quell’esilio, da quella morte! – Si buttò tra le braccia del cognato, se lo strinse a sé fin quasi a soffocarlo, scoppiando irresistibilmente in un pianto dirotto.
Ma quando i compagni intorno gli chiesero, costernati, la cagione di quel pianto convulso, egli rientrò in sè, mentì, disse che piangeva soltanto per la gioja di rivederli.
Solo il cognato non gli chiese nulla: gli lesse negli occhi la disperazione, il violento proposito con cui era volato a bordo, e lo guardò per fargli intendere che egli aveva compreso. Non c’era tempo da perdere: sonava già la campana per dare il segno della partenza.
Poco dopo Lars Cleen dalla lancia vedeva uscire dal porto l’Hammerfest e lo salutava col fazzoletto bagnato di lagrime, mentre altre lagrime gli sgorgavano dagli occhi, senza fine. Comandò al barcajolo di remare fino all’uscita del porto per poter vedere liberamente il piroscafo allontanarsi man mano nel mare sconfinato, e allontanarsi con lui la sua patria, la sua anima, la sua vita. Eccolo, piú lontano… piú lontano ancora… spariva…
– Torniamo – gli domandò, sbadigliando, il barcajolo.
Egli accenno di sì, col capo.

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