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LONTANO di Luigi Pirandello | Testo

Venerina si nascose il volto con le mani, accennando piú volte di sì col capo, vivacemente. Don Paranza, pur contento in cuor suo, alleggerito da quel peso quando meno se l’aspettava, montò su le furie.
– Come! E non me ne dici niente? E mi tieni lì per tanti giorni alla tortura! E lui, anche lui, muto come un pesce!
Venerina sollevò la faccia dalle mani:
– Non t’ha saputo dir nulla, neanche oggi?
– Pesce, ti dico! Baccalà! – gridò don Paranza al colmo della stizza. – Ho il fegato grosso così, dalla bile di tutti questi giorni!
– Si sarà vergognato – disse Venerina, cercando di scusarlo.
– Vergognato! Un uomo! – esclamò don Pietro. – Ha fatto ridere alle mie spalle tutti i pesci del mare, ha fatto ridere! Dov’è? Chiamalo; fammelo dire questa sera stessa: non basta che l’abbia detto a te!
– Ma senza codesti occhiacci, – gli raccomandò Venerina, sorridendo.
Don Paranza si placò, scosse il testone lanoso e borbottò nella barba:
– Sono proprio… già tu lo sai, meglio di me. Di’ un po’, come hai fatto, senza francese?
Venerina arrossì, sollevò appena le spalle, e i neri occhioni le sfavillarono.
– Così, – disse, con ingenua malizia.
– E quando?
– Oggi stesso, quando siete tornati a mezzogiorno, dopo il desinare. Egli mi prese una mano… io…
– Basta, basta! – brontolò don Paranza, che in vita sua non aveva mai fatto all’amore. – È pronta la cena? Ora gli parlo io.
Venerina gli si raccomandò di nuovo con gli occhi, e scappò via. Don Pietro entrò nella camera del Cleen.
Questi se ne stava con la fronte appoggiata ai vetri del balcone, a guardar fuori; ma non vedeva nulla. La piazzetta lì davanti, a quell’ora, era deserta e buja. I lampioncini a petrolio quella sera riposavano, perché della illuminazione del borgo era incaricata la luna. Sentendo aprir l’uscio, il Cleen si voltò di scatto. Chi sa a che cosa stava pensando.
Don Paranza si piantò in mezzo alla camera con le gambe aperte, tentennando il capo: avrebbe voluto fargli un predicozzo da vecchio zio brontolone; ma sentì subito la difficoltà d’un discorso in francese consentaneo all’aria burbera a cui già aveva composta la faccia e all’atteggiamento preso. Frenò a stento un solennissimo sbuffo di impazienza e cominciò:
– Mossiur Cleen, ma niêsse m’a dit…
Il Cleen sorrise, timido, smarrito, e chinò leggermente il capo piú volte.
– Oui? – riprese don Paranza. – E va bene!
Tese gl’indici delle mani e li accostò ripetutamente l’uno all’altro, per significare: «Marito e moglie, uniti…».
– Fous ei ma nièsse… mariage… oui?
– Si vous voulez, – rispose il Cleen aprendo le mani, come se non fosse ben certo del consenso.
– Oh, per me! – scappò a don Pietro. Si riprese subito. – Très–heureux, mossiur Cleen, très–heureux. C’est fait! Donnez–moi la main…
Si strinsero la mano. E così il matrimonio fu concluso. Ma il Cleen rimase stordito. Sorrideva, sì, d’un timido sorriso, nell’impaccio della strana situazione, in cui s’era cacciato senza una volontà ben definita. Gli piaceva, sì, quella bruna siciliana, così vivace, con quegli occhi di sole; le era gratissimo dell’amorosa assistenza; le doveva la vita, sì… ma, sua moglie, davvero? già concluso?
– Maintenant, – riprese don Paranza, nel suo francese – je vous prie, mossiur Cleen, cherchez, cherchez d’apprendre notre langue… je vous prie…
Venerina venne a picchiare all’uscio con le nocche delle dita.
– A cena!
Quella prima sera, a tavola, provarono tutti e tre un grandissimo imbarazzo. Il Cleen pareva caduto dalle nuvole; Venerina, col volto in fiamme, confusa, non riusciva a guardare né il fidanzato né lo zio. Gli occhi le si intorpidivano, incontrando quelli del Cleen e s’abbassavano subito. Sorrideva, per rispondere al sorriso di lui non meno impacciato, ma volentieri sarebbe scappata a chiudersi sola sola in camera, a buttarsi sul letto, per piangere… Sì. Senza saper perché.
« Se non è pazzia questa, non c’è piú pazzia al mondo! » pensava tra sè dal canto suo don Paranza, aggrondato, tra le spine anche lui, ingozzando a stento la magra cena.
Ma poi, prima il Cleen, con qualche ritegno, lo pregò di tradurre per Venerina un pensiero gentile che egli non avrebbe saputo manifestarle; quindi Venerina, timida e accesa, lo pregò di ringraziarlo e di dirgli…
– Che cosa? – domandò don Paranza, sbarrando tanto d’occhi.
E poiché, dopo quel primo scambio di frasi, la conversazione tra i due fidanzati avrebbe voluto continuare attraverso a lui, egli, battendo le pugna su la tavola:
– Oh insomma! – esclamò. – Che figura ci faccio io? Ingegnatevi tra voi.
Si alzò, fra le risa dei due giovani, e andò a fumarsi la pipa sul divanaccio, brontolando il suo porco diavolo nel barbone lanoso.

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