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SGOMBERO di Luigi Pirandello | Testo

– Su, mamma: sei digiuna da jeri anche tu: bisogna che prenda qualche cosa.
D’improvviso ha il dubbio che non le abbiano reso giusto il resto, e fa il conto:
– Quattro e otto, dodici, e cinque, diciassette. Aspetta. Che altro ho comprato? Ah, già, da quell’imbecille, la frutta. Vendeva gli uccellini a mazzo, legati pei fori del becco, e me li ha sbattuti in faccia, mascalzone, senza neppur vedere che portavo un cero. Sobbalza, sovvenendosene: – Ah già, il cero. Lo va a prendere dal canterano e lo scartoccia. – Perché non si dica che non te l’abbiamo acceso. Prende il candeliere di ferro dal tavolinetto da notte. – Speriamo che lo regga. Pianta il cero nel bocciolo del candeliere. – Toh, guarda, come fatto su misura.
C’è sul tavolinetto una scatola di fiammiferi. Accende il cero e lo posa lì.
– Ardere e sgocciolare: bella professione. Come le vergini.
– Tu lo vedi? No. E neppure i santi di legno su l’altare. Ma noi li vediamo illuminati i santi, e c’inginocchiamo. È tutta fede, la fabbrica dei ceri. Ora crediamo che tu stia godendo di là. Ma non lo dai a vedere, poveretto. Su, mamma, oh: bisognerà pur vestirlo prima che s’indurisca. Piangi, sì, seguita a piangere. Bella professione anche la tua, lì buttata per morta anche tu. Bisogna far presto. E grazia che abbiano aspettato che morisse. Vogliono fuori tutto prima di sera. E alle quattro verranno quelli della Misericordia. Non daranno neanche al cero il tempo di consumarsi tutto.
Guarda il cero acceso, poi alza gli occhi al Crocefisso appeso al muro.
– Ah, il Crocefisso tra le mani.
Va all’altra sponda del letto; accosta una sedia e vi monta; stacca il Crocefisso; lo tiene un po’ tra le mani:
– Ah Cristo! I poveri che ricorrono a Te… L’hai fatto apposta! Chi può avere più il coraggio di lagnarsi della sua sorte con Te, e di tutto il male che gli altri gli fanno, se Tu stesso senza peccato Ti sei lasciato mettere in croce con le braccia aperte, Cristo! La speranza che si godrà di là, sì. La fiamma di questo cero da quattro soldi.
Salta dalla sedia e mette il Crocefisso tra le mani del morto, dicendo alla madre:
– Oh, bada che gli si sono davvero indurite: tu non lo vesti più, o bisognerà spaccar di dietro la giacca per infilargli le maniche di qua e di là. Ah, non vuoi muoverti? Aspetti che ti prendano per un braccio e ti buttino fuori della porta? Be’, guarda!
Prende la sedia e vi si siede.
– Mi metto ad aspettare anch’io che venga uno spazzino con la pala e la scopa a buttarmi sul carretto delle immondizie. Beato chi s’è levato il pensiero di muoversi; anche di qui là, anche d’alzare una mano per portarsi un boccone alla bocca! Tanto poi, alla fine, hai ragione, tutto si fa da sé, quando non hai più voglia di nulla. Entrano, ti tirano per le braccia a rimetterti in piedi; tu non ci stai; ma non ti confondere, se non ti ci vogliono, non ti danno neanche il tempo d’abbatterti, t’allungano una pedata o ti tirano uno spintone alle spalle e ti mandano a ruzzolare nella strada. Gli stracci, il letto col morto, il canterano, tutto in mezzo alla strada: se lo pigli chi vuole! E tu lì per terra, bocconi, come ora sul letto, tra la gente che si ferma a guardarti. Viene una guardia: «Proibito dormire sulla strada». E allora dove? «Sgombrate!» Tu non sgombri. Niente paura. Qualcuno se proprio non vuoi, ci penserà a farti sgombrare. Avrà pur diritto, chi non ha più casa, a un posto dove stare, sulla terra: su un paracarro come un fantoccio posato; su un gradino di chiesa; su un sedile di giardino; accorrono i bambini: sì, la nonnina. Che dici, bello mio? Cecce? Non ti capisco. Ah; ti vuoi mettere a cecce qua con me? Babba non vuole. Va’ a vedere i pesciolini nella vasca. Rossi, sì. Uh, Dio sia lodato! Poi ti metti con la mano così, e qualcuno passando ti butterà un soldo o un tozzo di pane. Ma io no, sai; guarda: puh, uno sputo! La mano, io piuttosto che a chiedere, la stendo a graffiare, rubare, ammazzare; e poi, sì, la galera: da mangiare e dormire gratis. Si alza, esasperata, e va a dire al padre:
– M’approfitto che non puoi più sentire e mi sfogo per tutti gli schiaffi che mi desti. Non lo volesti mai capire come fu, che ci si può arrivare senza saperlo, quando meno ci pensi, che ti ci trovi preso, mentre piangi e ti disperi, perché il tuo corpo, toccato senza intenzione, ha sentito da sé una dolcezza che ti si fa viva in mezzo alla disperazione e te l’avvampa, tutt’a un tratto insieme con tutte le cose che non vedi più, cieco, abbracciato e disperato, in un piacere che non t’aspettavi. Fu così. Fu così. Qua. Me lo lasciasti tu, qua, tuo nipote tradito dalla moglie. Piangeva, seduto qua su questo stesso letto; gli presi così la testa per confortarlo; si mise a smaniare, a frugarmi con la faccia sul petto: eh, donna, così, che ci si debba sentir piacere, non mi sono fatta da me! S’accese il sangue a tutt’e due; e anche lui dopo, rimase lì steso come morto, dallo spavento d’avermi avuta.

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