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CERTI OBBLIGHI di Luigi Pirandello | Testo

Quaquèo si rivolge a un pipistrello. Lo chiama sorcio vecchio, perché è un sorcio che ha messo le ali. Tante altre volte si rivolge o a qualche gatto che striscia rasente al muro e s’arresta d’un tratto, raccolto e obliquo, a guatarlo, o a qualche cane randagio e malinconico, che si mette a seguirlo da un lampione all’altro, per gli alti vicoli deserti, e gli si accula davanti, sotto ogni lampione, aspettando che egli lo abbia acceso.
Ma che deve accendere, se non c’è petrolio?
Il paese questa sera rischia di restare al buio. L’appaltatore dell’illuminazione è in lite col Comune: da più mesi non gli dànno un soldo; ha anticipato circa dodicimila lire; ora non vuole più saperne. Quaquèo non ha potuto rigovernare i lumi, dopo mezzogiorno. Venuta la sera, s’è messo in giro con la scala per provare se si accendono con quel po’ di petrolio rimasto dalla notte scorsa. Si accendono per poco, poi s’abbassano e appestano la via. I cittadini protestano, se la pigliano con lui, come se fosse colpa sua. I più tristi e i monellacci gli ricantano più sguajatamente la solita canzone:
– Ci vogliono i becchi! Ci vogliono i becchi! I becchi, Quaquèo, i becchi!
E la gazzarra cresce. Quaquèo non ne può più. Per sottrarsi alla ressa degli insultatori, lascia la via principale e, con la scala in collo, si mette a salire per uno dei vicoli. Ma parecchi lo seguono. A un certo punto, come Quaquèo, stanco e sfiduciato, s’abbandona secondo il suo solito sul braccio d’un fanale, non si contentano più di dargli la baja a parole, gli strappano la scala sotto i piedi e lo lasciano lì appeso per le ascelle e sgambettante.
Ah sì? Dunque vogliono proprio ch’egli faccia l’obbligo suo, di marito offeso, non potendo quella sera per mancanza di petrolio attendere alla sua pubblica funzione di lampionajo? Lo hanno colto al laccio, giusto quella sera che non può gridar la scusa dell’illuminazione della città? Ebbene: gli ridiano la scala, e sia fatta la loro volontà! La scala! La scala! Lo facciano discendere, corpo di Dio, e vedranno ciò che egli saprà fare!
Tre, quattro, ridendo, gli rimettono la scala sotto i piedi, e tutti, pigliandoselo a godere, a coro, lo cimentano:
– Il coltello ce l’hai?
– Ce l’ho. Eccolo!
E Quaquèo si tira sù il camiciotto e cava dalla tasca dei calzoni un coltellaccio e lo apre e lo impugna
– Sangue della Madonna, è buono questo?
– La scanni?
– La scanno, e lo scanno, se li trovo insieme! Testimonii tutti! Venitemi dietro!
E si slancia avanti, balzando su la punta della cianca più corta, e tutti lo seguono schiamazzando e affollandoglisi attorno, per i buj vicoli tortuosi in salita.
– La scanni davvero?
Quaquèo s’arresta, si volta e agguanta per il petto uno di quei cimentatori.
– Ah, ve ne pentite? Ora che m’avete preso, perdio, e sono qua armato per fare l’obbligo mio, dovete starci tutti! Tutti, perdio!
E scuote e scrolla quell’agguantato, e riprende la via. Parecchi allora s’impauriscono, lo seguono ancora per qualche passo sconcertati, perplessi; si tirano per la manica; rimangono indietro; se la svignano. Quattro soltanto e due monelli gli tengono dietro fino a casa, ma costernati anch’essi e non più cimentosi, anzi pronti a impedire che egli faccia per davvero. Difatti, appena` davanti alla porta, lo afferrano per le braccia e a coro, con parole scherzose, cercano di portarselo via, in qualche taverna a bere. Ma Quaquèo, stravolto, ansimante, si divincola e li minaccia col coltello impugnato; avventa calci alla porta, e grida alla moglie:
– Apri, mala femmina! Apri! Questa è la volta che la paghi per tutte! Lasciatemi, sangue di… lasciatemi! Lasciatemi, o vi spacco la faccia!

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