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SOLE E OMBRA di Luigi Pirandello | Testo

I
Tra i rami degli alberi che formavano quasi un portico verde e lieve al viale lunghissimo attorno alle mura della vecchia città, la luna, comparendo all’improvviso, di sorpresa, pareva dicesse a un uomo d’altissima statura, che, in un’ora così insolita, s’avventurava solo a quel bujo mal sicuro:
«Sì, ma io ti vedo.»
E come se veramente si vedesse scoperto, l’uomo si fermava e, spalmando le manacce sul petto, esclamava con intensa esasperazione:
— Io, già! io! Ciunna!
Via via, sul suo capo, tutte le foglie allora, frusciando infinitamente, pareva si confidassero quel nome: — «Ciunna… Ciunna…» — come se, conoscendolo da tanti anni, sapessero perché egli, a quell’ora, passeggiava così solo per il pauroso viale. E seguitavano a bisbigliar di lui con mistero e di quel che aveva fatto… ssss… Ciunna! Ciunna!
Lui allora si guardava dietro, nel bujo lungo del viale interrotto qua e là da tante fantasime di luna; chi sa qualcuno… ssss…
Si guardava intorno e, imponendo silenzio a se stesso e alle foglie… ssss… si rimetteva a passeggiare, con le mani afferrate dietro la schiena.
Zitto zitto, duemila e settecento lire. Duemila e settecento lire sottratte alla cassa del magazzino generale dei tabacchi. Dunque reo… ssss… di peculato.
Domani sarebbe arrivato l’ispettore:
«— Ciunna, qui mancano duemila e settecento lire.
«— Sissignore. Me le son prese io, signor Ispettore.
«— Prese? Come?
«— Con due dita, signor Ispettore.
«Ah sì? Bravo Ciunna! Prese come un pizzico di rapè? Le mie congratulazioni, da una parte; dall’altra, se non vi dispiace, favorite in prigione.
«— Ah no, ah mi scusi, signor cavaliere. Mi dispiace anzi moltissimo. Tanto che, se lei permette, guardi: domani Ciunna se ne scenderà in carrozza giù alla Marina. Con le due medaglie del Sessanta sul petto e un bel ciondolo di dieci chili legato al collo come un abitino, si butterà a mare, signor cavaliere. La morte è brutta; ha le gambe secche; ma Ciunna, dopo sessantadue anni di vita intemerata, in prigione non ci va.»
Da quindici giorni, questi strambi soliloquii dialogati, con accompagnamento di gesti vivacissimi. E, come tra i rami la luna, facevan capolino in questi soliloquii un po’ tutti i suoi conoscenti, che eran soliti di pigliarselo a godere per la comica stranezza del carattere e il modo di parlare.
«Per te, Niccolino!» seguitava infatti il Ciunna, rivolgendosi mentalmente al figliuolo. — Per te ho rubato! Ma non credere che ne sia pentito. Quattro bambini, signore Iddio, quattro bambini in mezzo alla strada! E tua moglie, Niccolino, che fa? Niente, ride incinta di nuovo. Quattro e uno, cinque. Benedetta! Prolifica, figliuolo mio, prolifica; popola di piccoli Ciunna il paese! Visto che la miseria non ti concede altra soddisfazione, prolifica, figliuolo! I pesci, che domani si mangeranno tuo papà, avranno poi l’obbligo di dar da mangiare a te e alla numerosa tua figliolanza. Paranze della Marina, un carico di pesci ogni giorno per i miei nipotini!»
Quest’obbligo dei pesci gli sovveniva adesso; perché, fino a pochi giorni addietro, s’era invece esortato così:
«Veleno! veleno! la meglio morte! Una pilloletta, e buona notte!»
E s’era procurato, per mezzo dell’inserviente dell’Istituto chimico, alcuni pezzetti cristallini d’anidride arseniosa. Con quei pezzetti in tasca, era anzi andato a confessarsi.
«Morire, sta bene; ma in grazia di Dio.»

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