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MARSINA STRETTA di Luigi Pirandello | Testo

Di solito il professor Gori aveva molta pazienza con la vecchia domestica, che lo serviva da circa vent’anni. Quel giorno però, per la prima volta in vita sua, gli toccava d’indossar la marsina, ed era fuori della grazia di Dio.
Già il solo pensiero, che una cosa di così poco conto potesse mettere in orgasmo un animo come il suo, alieno da tutte le frivolezze e oppresso da tante gravi cure intellettuali, bastava a irritarlo. L’irritazione poi gli cresceva, considerando che con questo suo animo, potesse prestarsi a indossar quell’abito prescritto da una sciocca consuetudine per certe rappresentazioni di gala con cui la vita s’illude d’offrire a se stessa una festa o un divertimento.
E poi, Dio mio, con quel corpaccio d’ippopotamo, di bestiaccia antidiluviana…
E sbuffava, il professore, e fulminava con gli occhi la domestica che, piccola e boffice come una balla, si beava alla vista del grosso padrone in quell’insolito abito di parata, senz’avvertire, la sciagurata, che mortificazione dovevano averne tutt’intorno i vecchi e onesti mobili volgari e i poveri libri nella stanzetta quasi buja e in disordine.
Quella marsina, s’intende, non l’aveva di suo, il professor Gori. La prendeva a nolo. Il commesso d’un negozio vicino glien’aveva portate su in casa una bracciata, per la scelta; e ora, con l’aria d’un compitissimo arbiter elegantiarum, tenendo gli occhi semichiusi e sulle labbra un sorrisetto di compiacente superiorità, lo esaminava, lo faceva voltare di qua e di là, – Pardon! Pardon! –, e quindi concludeva, scotendo il ciuffo:
– Non va.
Il professore sbuffava ancora una volta e s’asciugava il sudore.
Ne aveva provate otto, nove, non sapeva più quante. Una più stretta dell’altra. E quel colletto in cui si sentiva impiccato! e quello sparato che gli strabuzzava, già tutto sgualcito, dal panciotto! e quella cravattina bianca inamidata e pendente, a cui ancora doveva fare il nodo, e non sapeva come!
Alla fine il commesso si compiacque di dire:
– Ecco, questa sì. Non potremmo trovar di meglio, creda pure, signore.
Il professor Gori tornò prima a fulminar con uno sguardo la serva, per impedire che ripetesse: – Dipinta! Dipinta! –; poi si guardò la marsina, in considerazione della quale, senza dubbio, quel commesso gli dava del signore: poi si rivolse al commesso:
– Non ne ha più altre con sé?
– Ne ho portate su dodici, signore!
– Questa sarebbe la dodicesima?
– La dodicesima, a servirla.
– E allora va benone!
Era più stretta delle altre. Quel giovanotto, un po’ risentito, concesse:
– Strettina è, ma può andare. Se volesse aver la bontà di guardarsi allo specchio…
– Grazie tante! – squittì il professore. – Basta lo spettacolo che sto offrendo a lei e alla mia signora serva.
Quegli, allora, pieno di dignità, inchinò appena il capo, e via, con le altre undici marsine.
– Ma è credibile? – proruppe con un gemito rabbioso il professore, provandosi ad alzar le braccia.
Si recò a guardare un profumato biglietto d’invito sul cassettone, e sbuffò di nuovo. Il convegno era per le otto, in casa della sposa, in via Milano. Venti minuti di cammino! Ed erano già le sette e un quarto.
Rientrò nella stanzetta la vecchia serva che aveva accompagnato fino alla porta il commesso.
– Zitta! – le impose subito il professore. – Provate, se vi riesce, a finir di strozzarmi con questa cravatta.
– Piano piano… il colletto… – gli raccomandò la vecchia serva. E dopo essersi forbite ben bene con un fazzoletto le mani tremicchianti, s’accinse all’impresa.
Regnò per cinque minuti il silenzio: il professore e tutta la stanza intorno parvero sospesi, come in attesa del giudizio universale.
– Fatto?
– Eh… – sospirò quella.

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