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LA ROSA di Luigi Pirandello | Testo

IV
Fu l’ebbrezza. fu il delirio, fu la pazzia.
Al suo primo apparire, quando già quasi tutti avevano perduto la speranza ch’ella venisse, le tre cupe sale del Circolo a pianterreno. divise da due larghe arcate, mala
mente illuminate da lampade a petrolio e da candele, parve che all’improvviso sfolgorassero di luce, tant’era acceso e quasi sbigottito dal fremito interno del sangue il suo visino, e così fulgidamente le sfavillarono gli occhi e così pazza di gioja le strideva quella rosa di fuoco tra i capelli neri.
Tutti gli uomini perdettero la testa. Irresistibilmente, sciolti d’ogni freno di convenienza, d’ogni riguardo alla gelosia delle mogli o delle fidanzate, all’invidia delle zitellone, figliuole, sorelle, cugine, sotto colore che bisognava accogliere con festa l’ospite forestiera, accorsero a lei in folla, con vivaci esclamazioni, e lì per lì, subito, poiché già le danze erano cominciate, senza neanche darle tempo di volgere un’occhiata attorno, presero a contendersela tra loro. Quindici, venti braccia le s’offrirono col gomito teso. Tutti da prendere; ma quale per primo? A uno per volta, sì… Avrebbe un po’ per volta ballato con tutti. Ecco, largo! largo! Su, e la musica? Ma che facevano i musicanti? S’erano anch’essi incantati a mirare? Musica! musica!
E via, tra i battimani, ecco spiccata la prima danza col vecchio sindaco e presidente del Circolo, in abito lungo.
– Ma bravo! ma bravo!
– Che scosci, guardate!
– Uh, le falde della finanziera… guardate, guardate quelle falde, come s’aprono e chiudono su i calzoni chiari!
– Ma bravo! ma bravo!
– Oh Dio, la ciocca! la ciocca incerottata… gli si stacca la ciocca!
– Che? La conduce a sedere? Digià? – E altre quindici, venti braccia col gomito teso le si parano davanti.
– Con me! con me!
– Un momento! un momento’
– L’ha promesso a me!
– No, prima a me!
Dio, che scandalo! Per miracolo non facevano a strattarsi l’un l’altro.
I respinti, in attesa che venisse il loro turno, si recavano mogi mogi a invitare altre dame, delle loro; qualcuna piú brutta, accettava ingrugnata; le altre, indignate, stomacate rifiutavano con un:
– Grazie tante! – a schizzo.
E si scambiavano tra loro con occhi feroci sguardi di schifo, qualcuna scattava da sedere, faceva cenni violenti di volersene andare; invitava questa o quell’amica a seguirla: via tutte! via tutte! Non s’era mai vista simile indecenza!
Alcune quasi piangenti, altre tremanti di rabbia, si sfogavano con certi omicelli stremenziti nei vecchi abitucci lustri, di taglio antico, odoranti di pepe e di canfora. Come foglie secche, per non esser rapiti dal turbine, s’erano costoro ritratti al muro, riparati tra le oneste gonne di seta delle loro mogli o cognate o sorelle, goffe gonne a sbuffi e a falbalà, stridenti dei piú vivaci colori, verdi, gialle, rosse, celesti, che ermeticamente, con gran conforto delle loro nari e della loro coscienza, custodivano, così prese dal tanfo delle onorate cassapanche, gli arcigni pudori provinciali.

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