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LA CASA DEL GRANELLA di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

VI

La casa sorgeva nel quartiere piú alto della città, in cima al colle.
La città aveva lassú una porta, il cui nome arabo, divenuto stranissimo nella pronunzia popolare: Bibirrìa, voleva dire Porta dei Venti.
Fuori di questa porta era un largo spiazzo sterrato; e qui sorgeva solitaria la casa del Granella. Dirimpetto aveva soltanto un fondaco abbandonato, il cui portone imporrito e sgangherato non riusciva più a chiudersi bene, e dove solo di tanto in tanto qualche carrettiere s’avventurava a passar la notte a guardia del carro e della mula.
Un solo lampioncino a petrolio stenebrava a mala pena, nelle notti senza luna, quello spiazzo sterrato. Ma, a due passi, di qua dalla porta, il quartiere era popolatissimo, oppresso anzi di troppe abitazioni.
La solitudine della casa del Granella non era dunque poi tanta, e appariva triste (piú che triste, ora, paurosa) soltanto di notte. Di giorno, poteva essere invidiata da tutti coloro che abitavano in quelle case ammucchiate. Invidiata la solitudine, e anche la casa per se stessa, non solo per la libertà della vista e dell’aria, ma anche per il modo com’era fabbricata, per l’agiatezza e i comodi che offriva, a molto minor prezzo di quelle altre, che non ne avevano né punto né poco.
Dopo l’abbandono del Piccirilli, il Granella l’aveva rimessa tutta a nuovo; carte da parato nuove; pavimenti nuovi, di mattoni di Valenza; ridipinti i soffitti; rinverniciati gli usci, le finestre, i balconi e le persiane. Invano! Erano venuti tanti a visitarla, per curiosità; nessuno aveva voluto prenderla in affitto. Ammirandola, così pulita, così piena d’aria e di luce, pensando a tutte le spese fatte, quasi quasi il Granella piangeva dalla rabbia e dal dolore.
Ora egli vi fece trasportare un letto, un cassettone, un lavamano e alcune seggiole, che allogò in una delle tante camere vuote; e, venuta la sera, dopo aver fatto il giro del quartiere per far vedere a tutti che manteneva la parola, andò a dormire solo in quella sua povera casa infamata.
Gli abitanti del quartiere notarono che s’era armato di ben due pistole. E perché?
Se la casa fosse stata minacciata dai ladri, eh, quelle armi avrebbero potuto servirgli, ed egli avrebbe potuto dire che se le portava per prudenza. Ma contro gli spiriti, caso mai, a che gli sarebbero servite? Uhm!
Aveva tanto riso, là, in tribunale, che ancora nel faccione sanguigno aveva l’impronta di quelle risa.
In fondo in fondo, però… ecco, una specie di vellicazione irritante allo stomaco se la sentiva, per tutti quei discorsi che si erano fatti, per tutte quelle chiacchiere dell’avvocato Zummo.
Uh, quanta gente. anche gente per bene, spregiudicata, che in presenza sua aveva dichiarato piú volte di non credere a simili fandonie, ora, prendendo ardire dalla fervida affermazione di fede dell’avvocato Zummo e dall’autorità dei nomi citati e dalle prove documentate, non s’era messa di punto in bianco a riconoscere che… sì, qualche cosa di vero infine poteva esserci, doveva esserci, in quelle esperienze… (ecco, esperienze ora, non piú fandonie!).
Ma che piú? Uno degli stessi giudici, dopo la sentenza, uscendo dal tribunale, s’era avvicinato all’avvocato Zummo che aveva ancora un diavolo per capello, e – sissignori aveva ammesso anche lui che non pochi fatti riferiti in certi giornali, col presidio di insospettabili testimonianze di scienziati famosi, lo avevano scosso, sicuro! E aveva narrato per giunta che una sua sorella, maritata a Roma, fin da ragazza, una o due volte l’anno, di pieno giorno, trovandosi sola, era visitata, com’ella asseriva, da un certo ometto rosso misterioso, che le confidava tante cose e le recava finanche doni curiosi…
Figurarsi Zummo, a una tale dichiarazione, dopo la sentenza contraria! E allora quel giudice imbecille s’era stretto nelle spalle e gli aveva detto:
– Ma capirà, caro avvocato, allo stato delle cose…
Insomma, tutta la cittadinanza era rimasta profondamente scossa dalle affermazioni e dalle rivelazioni di Zummo. E Granella ora si sentiva solo: solo e stizzito, come se tutti lo avessero abbandonato, vigliaccamente.
La vista dello sterrato deserto, dopo il quale l’alto colle su cui sorge la città strapiomba in rigidissimo pendio su un’ampia vallata, con quell’unico lampioncino, la cui fiammella vacillava come impaurita dalla tenebra densa che saliva dalla valle, non era fatta certamente per rincorare un uomo dalla fantasia un po’ alterata. Né poté rincorarlo poi di piú il lume d’una sola candela stearica la quale – chi sa perché – friggeva ardendo, come se qualcuno vi soffiasse sù per spegnerla. (Non s’accorgeva Granella che aveva un ansito da cavallo, e che soffiava lui, con le nari, su la candela.)
Attraversando le molte stanze vuote silenziose rintronanti per entrare in quella nella quale aveva allogato i pochi mobili, tenne fisso lo sguardo su la fiamma tremolante riparata con una mano, per non veder l’ombra del proprio corpo mostruosamente ingrandita, fuggente lungo le pareti e sul pavimento.
Il letto, le seggiole, il cassettone, il lavamano gli parvero come sperduti in quella camera rimessa a nuovo. Posò la candela sul cassettone, vietandosi di allungar lo sguardo all’uscio, oltre al quale le altre camere vuote eran rimaste buje. Il cuore gli batteva forte. Era tutto in un bagno di sudore.

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