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IN VINO VERITAS…? di Luigi Capuana

Certamente Viosci aveva bevuto un po’ troppo. Già parlava a voce alta, battendo coi pugni su la tavola, interrompendo questo o quello quasi cercasse appiglio a una baruffa. Sapevamo per esperienza ch’egli non aveva, come suol dirsi, il vino allegro; e Barulli, Rojani ed io, che in confronto degli altri quattro commensali potevamo esser qualificati per astemi, ci sforzavamo di evitare che Viosci eccedesse.
A Rinaldi era scappato detto, ora non ricordo a proposito di che: – La santità del rimorso! –
E Viosci di rimpallo:
– Santità? La immoralità del rimorso!… Sí, il rimorso è immorale, perché… non è naturale! È un prodotto della civiltà… e immiserisce e corrompe il carattere umano… L’animale non ha rimorsi… L’uomo schietto, non adulterato dalla religione e dal codice, dev’esserne esente. Chi parla della santità del rimorso è… un mezz’uomo!… Lo proclamo al cospetto del cielo e della terra!… Rinaldi, tu sei un mezz’uomo! E il pugno che suggellò quest’affermazione fece traballare la tavola.
Barulli, Rojani ed io fingemmo di applaudire. Io però tentai d’impedire che Viosci bevesse il bicchiere di vino che si era subito versato. Ma egli, afferratomi il polso, me lo strinse cosí fortemente da farmi aprire la mano che aveva preso il bicchiere per porgerlo a Barulli seduto alla mia destra.
– Non soffro questi scherzi! – urlò. – Non sono ubbriaco…! Ragiono, discuto… meglio di qualche altro!… –
E bevuto, tutto d’un fiato, quel bicchiere, se ne versò un secondo, che bevve lentamente in atto di sfida.
Rinaldi era impallidito; il vino, anche quando gli dava alla testa, lo faceva rimanere calmo, ma ne aumentava la ordinaria dose di ostinazione e di caparbietà. E siccome si piccava di psicologia positiva – e appunto in quel tempo si era reso insoffribile per le sue pretese osservazioni di psicologia animale, con le quali intendeva di provare che le bestie sono, egli diceva: “uomini chiusi!” – senza scomporsi, attese che Viosci finisse di bere, e rispose:
– Come puoi tu affermare che gli animali non sentano rimorso?… Che ne sai tu?
– Che ne so?… Che ne so? Dovrei averlo provato anche io… ogni volta che… Dovrei provarlo anche io… perché… E non ho sentito nulla, nulla, mai, mai, qui! – E picchiò con la palma della destra sul petto – Né qui!… – E picchiò su la fronte – E mi stimo qualcosa di piú delle tue bestie… te compreso!… Oh! E posso dartene le prove… Non sono un mezz’uomo io… Io sono fuori della chiesa… fuori del codice!… E per ciò ti ripeto… vi ripeto: il rimorso è immorale!… Quando una cosa è fatta!… è fatta!… Il rimorso non ripara a niente… E se quella cosa è stata fatta… vuol dire che doveva esser fatta… altrimenti nessuno avrebbe potuto farla… Questa è la mia filosofia! – E un altro suo pugno fece traballare la tavola.
– Filosofia positiva! – soggiunse accompagnando le parole con un terzo pugno piú vigoroso dei precedenti. Accennai a Rinaldi di star zitto; ma Viosci se n’accorse e gridò
– Lascialo parlare!… Non ho paura di lui… Non sono ubbriaco… Voglio discutere… Ragioniamo. Io cito fatti. Non faccio della metafisica, come lui… Che cosa è il rimorso? Cominciamo dal principio, dalla definizione. È la paura dell’ignoto, o della pena corporale… del carabiniere, del magistrato con la toga, quaggiú; del Padreterno, lassú, chi ci crede!…
– Ne ragioneremo un’altra volta – lo interruppe Barulli. – Intanto andiamo a prendere il caffé nell’orto. L’aria libera ci farà digerir meglio e ci darà un po’ di allegria. Siamo funebri oggi -.
Viosci accese un sigaro, e si alzò da tavola, con gli occhi torvi e il viso congestionato. Appena all’aria aperta, mi tirò in disparte e mi sussurrò all’orecchio:
– Rinaldi… è un mezz’uomo!
– Anche un terzo d’uomo – risposi ridendo. – Che te n’importa?
– M’importa – egli riprese – perché non mi piace di essere accomunato con lui… Se gliela dessi per vinta… terrebbe per mezz’uomo anche me.
– No! No!
– Sí! Sí! Io voglio ch’egli sia convinto che non ho mai sentito rimorso, di niente! Ed ho… Si fermò un istante, tirò due boccate di fumo e finí la frase. – Ed ho ammazzato! Ero nel mio diritto. Ognuno ha diritto alla felicità che gli conviene. Non mi credi?… sí, ho ammazzato, con queste mani, cosí… soffocando la miserabile creatura che si metteva a traverso del mio cammino… La ho soffocata in due, tre minuti… Non mi credi?… Sei uno sciocco… Ho la bocca inaridita… Un sorso di vino… Ma no; tu già mi credi ubriaco… Non negarlo… Non esser vigliacco!… –
Si era attaccato a me perché gli altri, conducendo via Rinaldi per impedirgli di rispondere, si erano allontanati sotto il pergolato. E insisteva, insisteva, ripetendomi: – Ho ammazzato! Sí ho ammazzato! Non mi credi? – vedendo che lo guardavo sbalordito, un po’ incredulo e un po’ col terrore negli occhi di quell’inattesa rivelazione.
– Tu non puoi denunziarmi… Non hai prove, non mi hai visto, non sai come il fatto sia accaduto… Nessuno lo sa… Nessuno lo saprà mai… se io non lo dirò. Sono già passati sette anni… Ed io, da sette anni, vivo piú tranquillo di prima. Ero a Parigi, studente, rue Trois Frères in una stanza al quinto piano… Ella abitava con la madre in due stanze su lo stesso pianerottolo… Bellina… bionda, magra, col nasino all’insú… Mi era piaciuta… Non le avevo voluto mai bene; capriccio!… La solitudine, la vicinanza… Si era quasi offerta… Lei mi voleva bene, sí – lo diceva almeno… Era vero, forse… Ma che è per ciò?… Un uomo non deve essere alla mercé di una donnina che dice di volergli bene… Se fosse stato proprio vero… Quando si vuol bene, si vuole anche la felicità della persona amata. Ella era egoista – Dovrei bere un sorso di vino… Ho la bocca inaridita… Lasciamo andare – Egoista! E badava soltanto alla sua felicità. Dovevo essere proprio cosa sua? Cosa; intendi? Cosa posseduta, cosa esclusiva? Io però…

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