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IN BARCA di Luigi Capuana

A farlo apposta, quella mattina non trovavamo barche né barcaiuoli disponibili, forse perché giornata di domenica, forse perché il bel tempo aveva suggerito a parecchi altri la stessa idea, forse perché la piú parte dei marinai erano usciti per la pesca.
– Pare impossibile! Proprio oggi! – esclamò Paolina.
All’ultimo un vecchietto, dopo di essersi consultato con due altri vecchi che fumavano tranquillamente in un canto e non si erano neppur degnati di rispondere alla nostra richiesta, venne ad offrirci l’opera sua.
– Basterete a remare voi solo? – gli dissi.
– Montino! –
E il gesto e la voce del vecchio rivelarono l’orgoglio offeso da quel dubbio da me espresso.
Il mare non poteva essere piú tranquillo. La barca scivolava su la superficie con leggere scossettine. E la riva sfilava di fianco a noi a poca distanza, elevandosi sempre piú con nere rocce di lava che già nascondevano la campagna. Grotte si aprivano qua e là; stormi di palombi selvatici sbucavano da esse, di tratto in tratto, involandosi verso terra, mentre gli alcioni ci accompagnavano sfiorando l’acqua con ali spiegate che non producevano nessun lieve fruscio.
Paolina era in estasi, ed io dovevo impedirle di chinarsi ogni volta ch’ella tentava di afferrare qualcuna delle meduse erranti a fior d’acqua, opaline, iridate, simili a funghi cristallini portati via dalla corrente.
Mi maravigliavo ch’ella non sentisse nessun sintomo di mal di mare.
– Sei contenta di questa gita?
– Che delizia!
– Ecco Ognina – disse il barcaiolo.

Eravamo appena a metà della nostra colazione, quando il vecchio, che era andato a trovare un suo conoscente, si presentava annunziandoci:
– Bisogna partire subito. Si è levato un po’ di vento, il mare si guasta -.
Infatti pareva che avesse dei brividi; si increspava, si sollevava con frequenti crestine spumanti.
– Facciamo presto – insisteva il vecchio.
– Ci sarà pericolo? – domandò Paolina.
– No, padrona mia; ma è meglio far presto. Col mare non si sa mai… –
Partimmo un po’ sballottati. Paolina mi guardava negli occhi quasi per scrutarmi, e poi guardava il barcaiuolo, che faceva forza coi remi per resistere agli urti crescenti delle ondate. Io cominciavo a impensierirmi per lei. Questa volta certamente il mal di mare l’avrebbe fatta soffrire. La barca balzava, si avvallava, si rialzava. Spruzzi di spuma arrivavano agli orli di essa.
Tutt’a un colpo il mare diventò piú agitato. Il barcaiuolo stentava a farci procedere; ansimava, sudava, guardava attorno, lontano, e scoteva la testa. Certi scogli a fior d’acqua, che io avevo notati nell’andare, non si scorgevano piú, sommersi sotto le ondate che si succedevano fitte, accavallandosi, spumeggiando.
– Ah, Madonna Santa!… Ah, sant’Agata benedetta! – brontolava il barcaiuolo. Non era incoraggiante; ma io mi sforzavo di sorridere a Paolina, e di farle animo con gli sguardi.
– Sangue di…! Corpo di…! – bestemmiava sotto voce il barcaiolo, come piú il mare si faceva cattivo.
– Hai paura? – domandai a Paolina.
– No.
– Tienti forte al panchetto.
– Sta’ tranquillo, non occorre.
– Sant’Agata benedetta!… Madonna delle Grazie! – tornava a brontolare il vecchio, che sosteneva male le spinte delle onde e non riusciva piú a filar diritto.
– Badate! – urlai.
Al mio grido egli fece uno sforzo, accompagnato da due o tre energiche bestemmie, e cosí lo scoglio in cui stavamo per investire fu, fortunatamente, evitato. Io lo avevo scorto mentre le ondate, rovesciandosi dall’altra parte, lo avevan lasciato per un istante scoperto. Era uno di quelli a fior d’acqua, pericolosissimo.
– Che cosa è stato? – domandò Paolina.
– Niente. Appoggiate piú a sinistra – soggiunsi, rivolto al barcaiuolo.
– Sarebbe peggio – rispose. – Aah! Aah! Aah!
E aiutava con la voce lo sforzo di tutta la persona.
Allora fui stupito di veder Paolina calma, sorridente, e di udirla, prima, canticchiare a mezza voce, poi cantare a voce spiegata, quasi gli sbalzi della barca fossero cosa aggradevole. Ora non ricordo piú che cosa ella cantasse, ma ho ancora nell’animo l’impressione di quella voce limpida, ferma, che gettava in mezzo al rumore delle onde agitate una dolce melodia del Bellini, o forse piuttosto del Verdi… Io dovevo farmi violenza per non farle capire che cominciavo a temere qualche pericolo con quel barcaiolo vecchio, mezzo sfinito, che alternava con maggior frequenza invocazioni alla Madonna e a sant’Agata e brutali bestemmie. Eravamo lontani mezzo chilometro dalla punta del molo; e Paolina, terminata una melodia, aveva impreso a cantarne un’altra piú allegra, piú squillante, senza mostrar di curarsi della crescente violenza del mare.
La punta del molo era affollata di gente che pareva seguisse ansiosa con gli occhi la nostra barca lottante contro le onde.
– Vira, vira piú al largo! – udii gridare. – Forza! Coraggio! E quando fummo vicini, un marinaio ci gittò una fune che il vecchio afferrò. Saltato il primo su la banchina, si buttava ginocchioni, scoppiando in lagrime, e toccava con la fronte il terreno, ringraziando la Madonna e sant’Agata dell’averlo salvato!
Paolina, appena posto piede a terra, impallidiva improvvisamente e mi si sveniva tra le braccia.

– Hai potuto far questo? Tu! –
Mi pareva incredibile. Ella aveva compreso assai meglio di me il pericolo in cui ci eravamo trovati; e intanto, per non farmi perdere coraggio col mostrarsi atterrita, si era messa a cantare, stando ferma al suo posto.
– Mi sentivo morire dallo spavento di annegare! Come abbia avuto quella forza non lo so neppur io… Ti volevo tanto bene in quel punto!
– E dopo, ora? – dissi abbracciandola e coprendola di baci.
Fece soltanto un gesto, un rapido indimenticabile gesto.

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