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DI NOTTE di Grazia Deledda

Potevano essere le undici quando la piccola Gabina si svegliò nel gran letto di legno della stanza di sopra, ove dormiva sempre con la sua mamma che le voleva tanto bene.
Ma quella notte la mamma non le stava allato. Perché dunque non c’era? Per quanto Gabina stendesse le sue manine da tutte le parti del gran letto di legno non poteva trovare la sua mamma. Solo le lenzuola fredde come il vento, solo i guanciali di percalle rosso; null’altro!
Dove era dunque la mamma? Gabina si coricava e si levava sempre insieme a lei; mai s’era trovata sola in letto, così, nel gran letto freddo, nell’oscurità della notte spaventosa.
Quello era dunque un grande avvenimento per la piccina.
– Mamma… mamma… – chiamò con un fil di voce.
Ma nessuno rispose. Fuori urlava il rovaio e la pioggia si sbatteva fragorosamente contro i vetri della piccola finestra.
Senza di ciò Gabina si sarebbe forse riaddormentata, ma con quegli urli infernali, nella fonda oscurità della cameretta solitaria, le era assolutamente impossibile nonché riprender sonno, calmarsi.
Temeva tutti i fantasmi immaginabili: la morte, i vampiri, il padre dei venti, le fate nere e l’orco, tutti… tutti…
– Mamma… mamma?… – ripeté a voce alta mettendosi a sedere sul letto. – Mamma, mamma?…
Rimase così quasi un quarto d’ora, alzando sempre più la voce, abituandosi al buio e al fragore del vento.
E siccome la madre non rispondeva mai, Gabina pensò di vestirsi e scendere in cucina per cercarla. Veramente era la mamma a vestirla ogni mattina perché a lei, così piccola, non riusciva ancora infilarsi il giubboncello nero dalle maniche strette; ma poco importava… purché ritrovasse la gonnellina bastava. La lasciava sempre nella sedia ai piè del letto: dunque bisognava scendere per ritrovarla.
Scendere?… Scendere all’oscuro, a piedi nudi, con quella notte, scendere da letto, sola?… Ci voleva proprio un gran coraggio, e Gabina, che tremava forte di freddo e di paura, esitò a lungo. Ma rimanere a letto senza la mamma non le conveniva! Il vento urlava ognor più fragoroso; fra poco sarebbe penetrato nella camera e avrebbe divorato la testa a Gabina… Dunque giù!
Scese e mandò un urlo. Il suo piedino aveva incontrato qualcosa di duro, di freddo, di deforme che certo non era il suolo di tavole levigate dal tempo…
Un rospo, un vampiro forse?
– Mamma mia… mamma mia!… – gridò la piccina a squarciagola, cercando invano risalire sul letto; ma alla fine, visto che il vampiro non si muoveva e che la mamma continuava a non rispondere, si chinò e s’assicurò che quella era una scarpa vecchia uscita per caso da sotto il letto.
Un sorriso le sfiorò le labbra e quella prima avventura le infuse molto coraggio, sicché, risoluta di non temer più nulla pei piedini, si avanzò appoggiandosi alla sponda del letto. Ma laggiù, non trovò punto la sedia con le sue vesti; cominciò a stizzirsi e a imprecare; perché dovete sapere che non era un modello di educazione, e nominava con disinvoltura tutti i diavoli dell’inferno, come li udiva dal nonno, e dagli zii e un po’ anche dalla mamma.
Dove diavolo dunque stavano le sue vesti? Se le aveva prese il demonio? Alla galera la notte e chi l’aveva inventata!…
Ma le scordò un momento e ricominciò a tremare così forte che i dentini pareva volessero spazzarsele.
In un intervallo silenzioso del vento e della pioggia aveva sentito strani rumori salire dalla cucina e voci umane più tetre e spaventose dei gridi della procella.
Che avveniva in cucina? Dio mio, Dio mio, e la mamma sua? C’erano forse i ladri o i diavoli? E il nonno e gli zii mancavano da tre giorni e non c’era nessuno che potesse difendere la mamma, la povera mamma sua!… La curiosità si unì alla paura, e Gabina si rimise a cercare le sue gonnelline, urtando nelle sedie, su tutti i poveri mobili della camera oscura. Riuscì finalmente a trovarle e le indossò a stento, ma quando tutto pareva fatto un altro ostacolo si interpose al disegno della piccina.
La porta che dava sulla scala era chiusa a chiave dal di fuori, per quanti sforzi facesse non poté aprirla, e il silenzio orrendo della mamma continuò quando si rimise a chiamarla, scuotendo la porta con fracasso.
Ritornò verso il letto, disperata, e nascosto il volto fra le coltri in disordine si mise a piangere, ma a un tratto si ricordò che nella stanza attigua v’era un poggiolo di pietre, d’onde, per una scaletta esterna si scendeva al cortile, e sotto cui si apriva appunto la vecchia porta della cucina.
La pioggia e il vento continuavano, ma Gabina era decisa a tutto: entrò nella camera vicina, aprì il poggiuolo e scese, sfidando l’acqua che veniva giù furiosa dal cielo basso di piombo, e il rovaio gelato che imperversava nella notte.
Tremava come una foglia, ma aveva completamente scordato i fantasmi e i vampiri. Un’angoscia indicibile le stringeva il cuoricino e un presentimento orribile, superiore alla sua età, le diceva che giù in cucina doveva accadere qualche cosa. Oh, quelle voci che aveva sentito!…
In un attimo fu sotto la scala, al coperto della pioggia, davanti alla porta della cucina. Anche questa era chiusa, ma Gabina non picchiò per farsela aprire, benché vedesse il bagliore del fuoco acceso nel focolare, attraverso la grande fenditura che rigava dall’alto in basso la porta.
Si accoccolò per terra e applicò l’occhio sulla fenditura.
Non temeva più, ma non voleva punto entrare in cucina perché la mamma l’avrebbe certamente picchiata.
Il nonno e gli zii – tre uomini alti, robusti, bruni, il cui costume consunto e sporco rivelava una misera esistenza di lavoro continuo e faticoso, i cui occhi cupi e profondi narravano la triste storia di anime ignoranti non avvilite dalla povertà, ma turbinate da passioni tetre, ardenti e dolorose – erano tornati e stavano seduti intorno al focolare.

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