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Giacomo Leopardi

Il rapporto con la tradizione e il romanticismo. Questo rapporto insolito tra tradizione e innovazione pervade non solo l’impianto formale della sua poesia, ma anche e soprattutto lo spirito e l’atteggiamento di Leopardi, che vanta una formazione rigorosamente classica, ma si pone in una posizione originale nei suoi confronti. Nella disputa classici-romantici, Leopardi difende i primi, rimproverando ai poeti romantici l’eccessiva artificiosità retorica nella ricerca dell’insolito e la preponderanza del vero sull’immaginazione. D’altra parte il giudizio di Leopardi è negativo anche nei confronti del classicismo accademico, vittima della sua stessa rigida imitazione dei classici, incapace di esaltare la spontaneità e imitare la natura. Pertanto, se da un lato Leopardi si pone come erede della tradizione classica e ne rinnova i modelli, dall’altro il ruolo che conferisce alla lirica come strumento di espressione immediata dell’io, tensione verso l’infinito, luogo privilegiato dell’immaginazione, lo avvicina molto al romanticismo europeo.

La teoria del piacere e il “vago e indefinito”. La poetica leopardiana, infatti, approda a concezioni prossime a quelle dei grandi poeti romantici francesi e tedeschi, ma partendo da un retroterra sensista e illuminista. Per Leopardi, infatti, proprio come per i sensisti, la felicità coincide con il piacere sensibile e materiale; il desiderio di quest’ultimo però è destinato a rimanere insoddisfatto, perché il desiderio è infinito e si alimenta di continuo. Ma ciò che non si può trovare nella realtà (il piacere), scrive Leopardi nello Zibaldone, «si trova così nell’immaginazione», che diventa un momentaneo e illusorio appagamento di quel desiderio, colmando il bisogno di infinito. L’immaginazione, tuttavia, non è una facoltà astratta, ma si genera dalla “visione” e si accende proprio partendo da ciò che l’occhio non vede o riesce appena a percepire. Da qui emergono quelle sensazioni di vago e indeterminato, che secondo Leopardi possono essere evocate in poesia tramite suoni e immagini suggestivi. Secondo il poeta le sensazioni che più ci affascinano sono le stesse che rievocano la nostra fanciullezza e sono recuperabili attraverso la “rimembranza”, cioè il ricordo di quella visione ingenua e meravigliata che si ha da fanciulli.

Gli antichi e i moderni. Basandosi sulla distinzione tra “poesia ingenua” e “poesia sentimentale” proposta da Schiller e ripresa da Madame de Staël, Leopardi osserva come la poesia degli antichi è quella più prossima alla visione immaginosa dei fanciulli; mentre i poeti moderni hanno perduto quella facoltà, limitata dalla ragione e dalle idee filosofiche. Pur appartenendo storicamente alla seconda categoria, Leopardi nella sua poesia persegue con vigore la ricerca di accenti e visioni “vaghi e indefiniti”, alla maniera degli “antichi”.

Leopardi “filosofo”. Le teorie leopardiane, frutto di anni di riflessioni filosofiche appuntate nello Zibaldone, hanno certamente una funzione “poetica” e sono una chiave interpretativa preziosa nella lettura delle poesie oltre a rappresentare una scrittura dall’inconfutabile valore letterario di per sé. Questi scritti hanno tuttavia indotto gli studiosi a parlare di un Leopardi “filosofo”, nonostante il carattere non sistematico della sua scrittura. Quel che è certo è che Leopardi ha elaborato non pochi concetti e teorie validi sia per scandire le fasi delle sue meditazioni filosofiche sia per tracciare una poetica.

Il “bello”, il “vero”, le “illusioni”. In un passo dello Zibaldone del 1820 Leopardi parla di come sia maturata la propria «conversione letteraria» tra il 1815 e il 1816, e dell’urgenza di avvicinarsi al “bello” della poesia, una fase che supera quella degli studi eruditi per approfondire invece la lettura dei grandi poeti. Nel 1819 tuttavia si ebbe una nuova stagione, quella che Leopardi chiama «conversione filosofica» e che segnò il passaggio «dal bello alla ragione e al vero», cioè al confronto con l’aridità del reale e della società, che non sancì tuttavia l’abbandono della poesia, bensì l’apertura nei confronti delle “illusioni”, le sole che possono garantire consolazione all’uomo (l’amore, la rimembranza, la gioventù…) e nutrire la poesia. Queste fasi in realtà non coincidono del tutto con quelle che il critico Bonaventura Zumbini nel 1902 definì “pessimismo storico” e “pessimismo cosmico”, ma rappresentano un primo cambio di indirizzo di Leopardi riguardo al rapporto tra l’uomo e l’infelicità e l’uomo e la natura.

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