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Testo del canto 39 (XXXIX) del poema Orlando Furioso

20
Furon di quei ch’aver poteano in fretta,
le schiere di tutta Africa raccolte,
non men d’inferma età che di perfetta;
quasi ch’ancor le femine fur tolte.
Agramante ostinato alla vendetta
avea già vota l’Africa due volte.
Poche genti rimase erano, e quelle
esercito facean timido e imbelle.

21
Ben lo mostrar; che gli nimici a pena
vider lontan, che se n’andaron rotti.
Astolfo, come pecore, li mena
dinanzi ai suoi di guerreggiar più dotti,
e fa restarne la campagna piena:
pochi a Biserta se ne son ridotti.
Prigion rimase Bucifar gagliardo;
salvossi ne la terra il re Branzardo,

22
via più dolente sol di Bucifaro,
che se tutto perduto avesse il resto.
Biserta è grande, e farle gran riparo
bisogna, e senza lui mal può far questo:
poterlo riscattar molto avria caro.
Mentre vi pensa e ne sta afflitto e mesto,
gli viene in mente come tien prigione
già molti mesi il paladin Dudone.

23
Lo prese sotto a Monaco in riviera
il re di Sarza nel primo passaggio.
Da indi in qua prigion sempre stato era
Dudon che del Danese fu lignaggio.
Mutar costui col re de l’Algazera
pensò Branzardo, e ne mandò messaggio
al capitan de’ Nubi, perché intese
per vera spia, ch’egli era Astolfo inglese.

24
Essendo Astolfo paladin, comprende
che dee aver caro un paladino sciorre.
Il gentil duca, come il caso intende,
col re Branzardo in un voler concorre.
Liberato Dudon, grazie ne rende
al duca, e seco si mette a disporre
le cose che appertengono alla guerra,
così quelle da mar, come da terra.

25
Avendo Astolfo esercito infinito
da non gli far sette Afriche difesa;
e rammentando come fu ammonito
dal santo vecchio che gli diè l’impresa
di tor Provenza e d’Acquamorta il lito
di man di Saracin che l’avean presa;
d’una gran turba fece nuova eletta,
quella ch’al mar gli parve manco inetta.

26
Ed avendosi piene ambe le palme,
quanto potean capir, di varie fronde
a lauri, a cedri tolte, a olive, a palme,
venne sul mare, e le gittò ne l’onde.
Oh felici, e dal ciel ben dilette alme!
Grazia che Dio raro a’ mortali infonde!
Oh stupendo miracolo che nacque
di quelle frondi, come fur ne l’acque!

27
Crebbero in quantità fuor d’ogni stima;
si feron curve e grosse e lunghe e gravi;
le vene ch’attraverso aveano prima,
mutaro in dure spranghe e in grosse travi:
e rimanendo acute inver la cima,
tutte in un tratto diventaro navi
di differenti qualitadi, e tante,
quante raccolte fur da varie piante.

28
Miracol fu veder le fronde sparte
produr fuste, galee, navi da gabbia.
Fu mirabile ancor, che vele e sarte
e remi avean, quanto alcun legno n’abbia.
Non mancò al duca poi chi avesse l’arte
di governarsi alla ventosa rabbia;
che di Sardi e di Corsi non remoti,
nocchier, padron, pennesi ebbe e piloti.

29
Quelli che entraro in mar, contati foro
ventiseimila, e gente d’ogni sorte.
Dudon andò per capitano loro,
cavallier saggio, e in terra e in acqua forte.
Stava l’armata ancora al lito moro,
miglior vento aspettando, che la porte,
quando un navilio giunse a quella riva,
che di presi guerrier carco veniva.

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