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Testo del canto 36 (XXXVI) del poema Orlando Furioso

30
La scaramuccia fiera e sanguinosa,
quanto si possa imaginar, si mesce.
La donna di Dordona valorosa,
a cui mirabilmente aggrava e incresce
che quel di ch’era tanto disiosa,
di por Marfisa a morte, non riesce;
di qua di là si volge e si raggira,
se Ruggier può veder, per cui sospira.

31
Lo riconosco all’aquila d’argento
c’ha nello scudo azzurro il giovinetto.
Ella con gli occhi e col pensiero intento
si ferma a contemplar le spalle e ‘l petto,
le leggiadre fattezze, e ‘l movimento
pieno di grazia; e poi con gran dispetto,
imaginando ch’altra ne gioisse,
da furore assalita così disse:

32
– Dunque baciar sì belle e dolce labbia
deve altra, se baciar non le poss’io?
Ah non sia vero già ch’altra mai t’abbia;
che d’altra esser non déi, se non sei mio.
Più tosto che morir sola di rabbia,
che meco di mia man mori, disio;
che se ben qui ti perdo, almen l’inferno
poi mi ti renda, e stii meco in eterno.

33
Se tu m’occidi, è ben ragion che deggi
darmi de la vendetta anco conforto;
che voglion tutti gli ordini e le leggi,
che chi dà morte altrui debba esser morto.
Né par ch’anco il tuo danno il mio pareggi;
che tu mori a ragione, io moro a torto.
Farò morir chi brama, ohimè! ch’io muora;
ma tu, crudel, chi t’ama e chi t’adora.

34
Perché non déi tu, mano, essere ardita
d’aprir col ferro al mio nimico il core?
che tante volte a morte m’ha ferita
sotto la pace in sicurtà d’amore,
ed or può consentir tormi la vita,
né pur aver pietà del mio dolore.
Contra questo empio ardisci, animo forte:
vendica mille mie con la sua morte. –

35
Gli sprona contra in questo dir, ma prima:
– Guardati (grida), perfido Ruggiero:
tu non andrai, s’io posso, de la opima
spoglia del cor d’una donzella altiero. –
Come Ruggiero ode il parlare, estima
che sia la moglie sua, com’era in vero,
la cui voce in memoria sì bene ebbe,
ch’in mille riconoscer la potrebbe.

36
Ben pensa quel che le parole denno
volere inferir più; ch’ella l’accusa
che la convenzion ch’insieme fenno,
non le osservava: onde per farne iscusa,
di volerle parlar le fece cenno:
ma quella già con la visiera chiusa
venìa dal dolor spinta e da la rabbia,
per porlo, e forse ove non era sabbia.

37
Quando Ruggier la vede tanto accesa,
si ristringe ne l’arme e ne la sella:
la lancia arresta; ma la tien sospesa,
piegata in parte ove non nuoccia a quella.
La donna, ch’a ferirlo e a fargli offesa
venìa con mente di pietà rubella,
non poté sofferir, come fu appresso,
di porlo in terra e fargli oltraggio espresso.

38
Così lor lance van d’effetto vote
a quello incontro; e basta ben s’Amore
con l’un giostra e con l’altro, e gli percuote
d’una amorosa lancia in mezzo il core.
Poi che la donna sofferir non puote
di far onta a Ruggier, volge il furore
che l’arde il petto, altrove; e vi fa cose
che saran, fin che giri il ciel, famose.

39
In poco spazio ne gittò per terra
trecento e più con quella lancia d’oro.
Ella sola quel dì vinse la guerra,
messe ella sola in fuga il popul Moro.
Ruggier di qua di là s’aggira ed erra
tanto, che se le accosta e dice: – Io moro,
s’io non ti parlo: ohimè! che t’ho fatto io,
che mi debbi fuggire? Odi, per Dio! –

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