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Testo del canto 35 (XXXV) del poema Orlando Furioso

70
La donna disse lui: – Tua villania
non vo’ che men cortese far mi possa,
ch’io non ti dica che tu torni pria
che sul duro terren ti doglian l’ossa.
Ritorna, e di’ al tuo re da parte mia,
che per simile a te non mi son mossa;
ma per trovar guerrier che ‘l pregio vaglia,
son qui venuta a domandar battaglia. –

71
Il mordace parlare, acre ed acerbo,
gran fuoco al cor del Saracino attizza;
sì che senza poter replicar verbo,
volta il destrier con colera e con stizza.
Volta la donna, e contra quel superbo
la lancia d’oro e Rabicano drizza.
Come l’asta fatal lo scudo tocca,
coi piedi al cielo il Saracin trabocca.

72
Il destrier la magnanima guerriera
gli prese, e disse: – Pur tel prediss’io,
che far la mia imbasciata meglio t’era,
che de la giostra aver tanto disio.
Di’, al re, ti prego, che fuor de la schiera
elegga un cavallier che sia par mio;
né voglia con voi altri affaticarme,
ch’avete poca esperienza d’arme. –

73
Quei da le mura, che stimar non sanno
chi sia il guerriero in su l’arcion sì saldo,
quei più famosi nominando vanno,
che tremar li fan spesso al maggior caldo.
Che Brandimarte sia, molti detto hanno:
la più parte s’accorda esser Rinaldo:
molti su Orlando avrian fatto disegno;
ma il suo caso sapean di pietà degno.

74
La terza giostra il figlio di Lanfusa
chiedendo, disse: – Non che vincer speri,
ma perché di cader più degna scusa
abbian, cadendo anch’io, questi guerrieri. –
E poi di tutto quel ch’in giostra s’usa
si messe in punto; e di cento destrieri
che tenea in stalla, d’un tolse l’eletta,
ch’avea il correre acconcio, e di gran fretta.

75
Contra la donna per giostrar si fece;
ma prima salutolla, ed ella lui.
Disse la donna: – Se saper mi lece,
ditemi in cortesia che siate vui. –
Di questo Ferraù le satisfece,
ch’usò di rado di celarsi altrui.
Ella soggiunse: – Voi già non rifiuto,
ma avria più volentieri altri voluto. –

76
– E chi? – Ferraù disse. Ella rispose:
– Ruggiero; – e a pena il poté proferire,
e sparse d’un color come di rose
la bellissima faccia in questo dire.
Soggiunse al detto poi: – Le cui famose
lode a tal prova m’han fatto venire.
Altro non bramo, e d’altro non mi cale,
che di provar come egli in giostra vale. –

77
Semplicemente disse le parole
che forse alcuno ha già prese a malizia.
Rispose Ferraù: – Prima si vuole
provar tra noi chi sa più di milizia.
Se di me avvien quel che di molti suole,
poi verrà ad emendar la mia tristizia
quel gentil cavallier che tu dimostri
aver tanto desio che teco giostri. –

78
Parlando tuttavolta la donzella
teneva la visiera alta dal viso.
Mirando Ferraù la faccia bella,
si sente rimaner mezzo conquiso,
e taciturno dentro a sé favella:
– Questo un angel mi par del paradiso;
e ancor che con la lancia non mi tocchi,
abbattuto son già da’ suoi begli occhi. –

79
Preson del campo; e come agli altri avvenne,
Ferraù se n’uscì di sella netto.
Bradamante il destrier suo gli ritenne,
e disse: – Torna, e serva quel c’hai detto. –
Ferraù vergognoso se ne venne,
e ritrovò Ruggier ch’era al cospetto
del re Agramante; e gli fece sapere
ch’alla battaglia il cavallier lo chere.

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