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Testo del canto 29 (XXIX) del poema Orlando Furioso

30
Dio così disse, e fe’ serena intorno
l’aria, e tranquillo il mar più che mai fusse.
Fe’ l’alma casta al terzo ciel ritorno,
e in braccio al suo Zerbin si ricondusse.
Rimase in terra con vergogna e scorno
quel fier senza pietà nuovo Breusse;
che poi che ‘l troppo vino ebbe digesto,
biasmò il suo errore, e ne restò funesto.

31
Placare o in parte satisfar pensosse
a l’anima beata d’Issabella,
se, poi ch’a morte il corpo le percosse,
desse almen vita alla memoria d’ella.
Trovò per mezzo, acciò che così fosse,
di convertirle quella chiesa, quella
dove abitava e dove ella fu uccisa,
in un sepolcro; e vi dirò in che guisa.

32
Di tutti i lochi intorno fa venire
mastri, chi per amore e chi per tema;
e fatto ben seimila uomini unire,
de’ gravi sassi i vicin monti scema,
e ne fa una gran massa stabilire,
che da la cima era alla parte estrema
novanta braccia; e vi rinchiude dentro
la chiesa, che i duo amanti have nel centro.

33
Imita quasi la superba mole
che fe’ Adriano all’onda tiberina.
Presso al sepolcro una torre alta vuole;
ch’abitarvi alcun tempo si destina.
Un ponte stretto e di due braccia sole
fece su l’acqua che correa vicina.
Lungo il ponte, ma largo era sì poco,
che dava a pena a duo cavalli loco;

34
a duo cavalli che venuti a paro,
o ch’insieme si fossero scontrati:
e non avea né sponda né riparo,
e si potea cader da tutti i lati.
Il passar quindi vuol che costi caro
a guerrieri o pagani o battezzati;
che de le spoglie lor mille trofei
promette al cimiterio di costei.

35
In dieci giorni e in manco fu perfetta
l’opra del ponticel che passa il fiume;
ma non fu già il sepolcro così in fretta,
né la torre condutta al suo cacume:
pur fu levata sì, ch’alla veletta
starvi in cima una guardia avea costume,
che d’ogni cavallier che venìa al ponte,
col corno facea segno a Rodomonte.

36
E quel s’armava, e se gli venìa a opporre
ora su l’una, ora su l’altra riva;
che se ‘l guerrier venìa di vêr la torre,
su l’altra proda il re d’ Algier veniva.
Il ponticello è il campo ove si corre;
e se ‘l destrier poco del segno usciva,
cadea nel fiume, ch’alto era e profondo:
ugual periglio a quel non avea il mondo.

37
Aveasi imaginato il Saracino,
che, per gir spesso a rischio di cadere
dal ponticel nel fiume a capo chino,
dove gli converria molt’acqua bere,
del fallo a che l’indusse il troppo vino,
dovesse netto e mondo rimanere;
come l’acqua, non men che ‘l vino, estingua
l’error che fa pel vino o mano o lingua.

38
Molti fra pochi dì vi capitaro:
alcuni la via dritta vi condusse,
ch’a quei che verso Italia o Spagna andaro
altra non era che più trita fusse;
altri l’ardire, e, più che vita caro,
l’onore, a farvi di sé prova indusse.
E tutti, ove acquistar credean la palma,
lasciavan l’arme, e molti insieme l’alma.

39
Di quelli ch’abbattea, s’eran pagani,
si contentava d’aver spoglie ed armi;
e di chi prima furo, i nomi piani
vi facea sopra, e sospendeale ai marmi:
ma ritenea in prigion tutti i cristiani;
e che in Algier poi li mandasse parmi.
Finita ancor non era l’opra, quando
vi venne a capitare il pazzo Orlando.

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