Footer menù

Testo del canto 29 (XXIX) del poema Orlando Furioso

20
Poi ch’in più parti quant’era a bastanza
colson de l’erbe e con radici e senza,
tardi si ritornaro alla lor stanza;
dove quel paragon di continenza
tutta la notte spende, che l’avanza,
a bollir erbe con molta avertenza:
e a tutta l’opra e a tutti quei misteri
si trova ognor presente il re d’Algieri.

21
Che producendo quella notte in giuoco
con quelli pochi servi ch’eran seco,
sentia, per lo calor del vicin fuoco
ch’era rinchiuso in quello angusto speco,
tal sete, che bevendo or molto or poco,
duo baril votar pieni di greco,
ch’aveano tolto uno o duo giorni inanti
i suoi scudieri a certi viandanti.

22
Non era Rodomonte usato al vino,
perché la legge sua lo vieta e danna:
e poi che lo gustò, liquor divino
gli par, miglior che ‘l nettare o la manna;
e riprendendo il rito saracino,
gran tazze e pieni fiaschi ne tracanna.
Fece il buon vino, ch’andò spesso intorno,
girare il capo a tutti come un torno.

23
La donna in questo mezzo la caldaia
dal fuoco tolse, ove quell’erbe cosse;
e disse a Rodomonte: – Acciò che paia
che mie parole al vento non ho mosse,
quella che ‘l ver da la bugia dispaia,
e che può dotte far le genti grosse,
te ne farò l’esperienza ancora,
non ne l’altrui, ma nel mio corpo or ora.

24
Io voglio a far il saggio esser la prima
del felice liquor di virtù pieno,
acciò tu forse non facessi stima
che ci fosse mortifero veneno.
Di questo bagnerommi da la cima
del capo giù pel collo e per lo seno:
tu poi tua forza in me prova e tua spada,
se questo abbia vigor, se quella rada.-

25
Bagnossi, come disse, e lieta porse
all’incauto pagano il collo ignudo,
incauto, e vinto anco dal vino forse,
incontra a cui non vale elmo né scudo.
Quel uom bestial le prestò fede, e scorse
sì con la mano e sì col ferro crudo,
che del bel capo, già d’Amore albergo,
fe’ tronco rimanere il petto e il tergo.

26
Quel fe’ tre balzi; e funne udita chiara
voce, ch’uscendo nominò Zerbino,
per cui seguire ella trovò sì rara
via di fuggir di man del Saracino.
Alma, ch’avesti più la fede cara,
e ‘l nome quasi ignoto e peregrino
al tempo nostro, de la castitade,
che la tua vita e la tua verde etade,

27
vattene in pace, alma beata e bella!
Così i miei versi avesson forza, come
ben m’affaticherei con tutta quella
arte che tanto il parlar orna e come,
perché mille e mill’anni e più, novella
sentisse il mondo del tuo chiaro nome.
Vattene in pace alla superna sede,
e lascia all’altre esempio di tua fede.

28
All’atto incomparabile e stupendo,
dal cielo il Creator giù gli occhi volse,
e disse: – Più di quella ti commendo,
la cui morte a Tarquinio il regno tolse;
e per questo una legge fare intendo
tra quelle mie, che mai tempo non sciolse,
la qual per le inviolabil’acque giuro
che non muterà seculo futuro.

29
Per l’avvenir vo’ che ciascuna ch’aggia
il nome tuo, sia di sublime ingegno,
e sia bella, gentil, cortese e saggia,
e di vera onestade arrivi al segno:
onde materia agli scrittori caggia
di celebrare il nome inclito e degno;
tal che Parnasso, Pindo ed Elicone
sempre Issabella, Issabella risuone. –

Comments are closed.
contatore accessi web