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Testo del canto 27 (XXVII) del poema Orlando Furioso

30
La forza del terribil Rodomonte,
quella di Mandricardo furibondo,
quella del buon Ruggier, di virtù fonte,
del re Gradasso, sì famoso al mondo,
e di Marfisa l’intrepida fronte,
col re circasso a nessun mai secondo,
feron chiamar san Gianni e san Dionigi
al re di Francia, e ritrovar Parigi.

31
Di questi cavallieri e di Marfisa
l’ardire invitto e la mirabil possa
non fu, Signor, di sorte, non fu in guisa
ch’imaginar, non che descriver possa.
Quindi si può stimar che gente uccisa
fosse quel giorno, e che crudel percossa
avesse Carlo. Arroge poi con loro,
con Ferraù più d’un famoso Moro.

32
Molti per fretta s’affogaro in Senna
(che ‘l ponte non potea supplire a tanti),
e desiar, come Icaro, la penna,
perché la morte avean dietro e davanti.
Eccetto Uggieri e il marchese di Vienna,
i paladin fur presi tutti quanti.
Olivier ritornò ferito sotto
la spalla destra, Uggier col capo rotto.

33
E se, come Rinaldo e come Orlando,
lasciato Brandimarte avesse il giuoco,
Carlo n’andava di Parigi in bando,
se potea vivo uscir di sì gran fuoco.
Ciò che poté, fe’ Brandimarte, e quando
non poté più, diede alla furia loco.
Così Fortuna ad Agramante arrise,
ch’un’altra volta a Carlo assedio mise.

34
Di vedovelle i gridi e le querele,
e d’orfani fanciulli e di vecchi orbi,
ne l’eterno seren dove Michele
sedea, salir fuor di questi aer torbi;
e gli fecion veder come il fedele
popul preda de’ lupi era e de’ corbi,
di Francia, d’Inghilterra e di Lamagna,
che tutta avea coperta la campagna.

35
Nel viso s’arrossì l’angel beato,
parendogli che mal fosse ubidito
al Creatore, e si chiamò ingannato
da la Discordia perfida e tradito.
D’accender liti tra i pagani dato
le avea l’assunto, e mal era esequito;
anzi tutto il contrario al suo disegno
parea aver fatto, a chi guardava al segno.

36
Come servo fedel, che più d’amore
che di memoria abondi, e che s’aveggia
aver messo in oblio cosa ch’a core
quanto la vita e l’anima aver deggia,
studia con fretta d’emendar l’errore,
né vuol che prima il suo signor lo veggia:
così l’angelo a Dio salir non volse,
se de l’obligo prima non si sciolse.

37
Al monister, dove altre volte avea
la Discordia veduta, drizzò l’ali.
Trovolla ch’in capitulo sedea
a nuova elezion degli ufficiali;
e di veder diletto si prendea,
volar pel capo a’ frati i breviali.
Le man le pose l’angelo nel crine,
e pugna e calci le diè senza fine.

38
Indi le roppe un manico di croce
per la testa, pel dosso e per le braccia.
Mercé grida la misera a gran voce,
e le genocchia al divin nunzio abbraccia.
Michel non l’abandona, che veloce
nel campo del re d’Africa la caccia;
e poi le dice: – Aspettati aver peggio,
se fuor di questo campo più ti veggio. –

39
Come che la Discordia avesse rotto
tutto il dosso e le braccia, pur temendo
un’altra volta ritrovarsi sotto
a quei gran colpi, a quel furor tremendo,
corre a pigliare i mantici di botto,
ed agli accesi fuochi esca aggiungendo,
ed accendendone altri, fa salire
da molti cori un alto incendio d’ire.

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