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Testo del canto 27 (XXVII) del poema Orlando Furioso

110
Or Rodomonte che notar si vede
dinanzi a quei signor di doppio scorno,
dal suo re, a cui per riverenza cede,
e da la donna sua, tutto in un giorno,
quivi non volse più fermare il piede;
e de la molta turba ch’avea intorno
seco non tolse più che duo sergenti,
ed uscì dei moreschi alloggiamenti.

111
Come, partendo, afflitto tauro suole,
che la giuvenca al vincitor cesso abbia,
cercar le selve e le rive più sole
lungi dai paschi, o qualche arrida sabbia;
dove muggir non cessa all’ombra e al sole,
né però scema l’amorosa rabbia:
così sen va di gran dolor confuso
il re d’Algier da la sua donna escluso.

112
Per riavere il buon destrier si mosse
Ruggier, che già per questo s’era armato;
ma poi di Mandricardo ricordasse,
a cui de la battaglia era ubligato:
non seguì Rodomonte, e ritornosse
per entrar col re tartaro in steccato
prima che ‘ntrasse il re di Sericana,
che l’altra lite avea di Durindana.

113
Veder torsi Frontin troppo gli pesa
dinanzi agli occhi, e non poter vietarlo;
ma dato ch’abbia fine a questa impresa,
ha ferma intenzion di ricovrarlo.
Ma Sacripante, che non ha contesa,
come Ruggier, che possa distornarlo,
e che non ha da far altro che questo,
per l’orme vien di Rodomonte presto.

114
E tosto l’avria giunto, se non era
un caso strano che trovò tra via,
che lo fe’ dimorar fin alla sera,
e perder le vestigie che seguia.
Trovò una donna che ne la riviera
di Senna era caduta, e vi peria,
s’a darle tosto aiuto non veniva:
saltò ne l’acqua e la ritrasse a riva.

115
Poi quando in sella volse risalire,
aspettato non fu dal suo destriero,
che fin a sera si fece seguire,
e non si lasciò prender di leggiero:
preselo al fin, ma non seppe venire
più, donde s’era tolto dal sentiero:
ducento miglia errò tra piano e monte,
prima che ritrovasse Rodomonte.

116
Dove trovollo, e come fu conteso
con disvantaggio assai di Sacripante,
come perdé il cavallo e restò preso,
or non dirò; c’ho da narrarvi inante
di quanto sdegno e di quanta ira acceso
contra la donna e contra il re Agramante
del campo Rodomonte si partisse,
e ciò che contra all’uno e all’altro disse.

117
Di cocenti sospir l’aria accendea
dovunque andava il Saracin dolente:
Ecco per la pietà che gli n’avea,
da’ cavi sassi rispondea sovente.
– Oh feminile ingegno (egli dicea),
come ti volgi e muti facilmente,
contrario oggetto proprio de la fede!
Oh infelice, oh miser chi ti crede!

118
Né lunga servitù, né grand’amore
che ti fu a mille prove manifesto,
ebbono forza di tenerti il core,
che non fossi a cangiarsi almen sì presto.
Non perch’a Mandricardo inferiore
io ti paressi, di te privo resto;
né so trovar cagione ai casi miei,
se non quest’una, che femina sei.

119
Credo che t’abbia la Natura e Dio
produtto, o scelerato sesso, al mondo
per una soma, per un grave fio
de l’uom, che senza te saria giocondo:
come ha produtto anco il serpente rio
e il lupo e l’orso, e fa l’aer fecondo
e di mosche e di vespe e di tafani,
e loglio e avena fa nascer tra i grani.

120
Perché fatto non ha l’alma Natura,
che senza te potesse nascer l’uomo,
come s’inesta per umana cura
l’un sopra l’altro il pero, il corbo e ‘l pomo?
Ma quella non può far sempre a misura:
anzi, s’io vo’ guardar come io la nomo,
veggo che non può far cosa perfetta,
poi che Natura femina vien detta.

121
Non siate però tumide e fastose,
donne, per dir che l’uom sia vostro figlio;
che de le spine ancor nascon le rose,
e d’una fetida erba nasce il giglio:
importune, superbe, dispettose,
prive d’amor, di fede e di consiglio,
temerarie, crudeli, inique, ingrate,
per pestilenza eterna al mondo nate. –

122
Con queste ed altre er infinite appresso
querele il re di Sarza se ne giva,
or ragionando in un parlar sommesso,
quando in un suon che di lontan s’udiva,
in onta e in biasmo del femineo sesso:
e certo da ragion si dipartiva;
che per una o per due che trovi ree,
che cento buone sien creder si dee.

123
Se ben di quante io n’abbia fin qui amate,
non n’abbia mai trovata una fedele,
perfide tutte io non vo’ dir né ingrate,
ma darne colpa al mio destin crudele.
Molte or ne sono, e più già ne son state,
che non dan causa ad uom che si querele;
ma mia fortuna vuol che s’una ria
ne sia tra cento, io di lei preda sia.

124
Pur vo’ tanto cercar prima ch’io mora,
anzi prima che ‘l crin più mi s’imbianchi,
che forse dirò un dì, che per me ancora
alcuna sia che di sua fé non manchi.
Se questo avvien (che di speranza fuora
io non ne son), non fia mai ch’io mi stanchi
di farla, a mia possanza, gloriosa
con lingua e con inchiostro, e in verso e in prosa.

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