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Testo del canto 26 (XXVI) del poema Orlando Furioso

30
Era una de le fonti di Merlino,
de le quattro di Francia da lui fatte,
d’intorno cinta di bel marmo fino,
lucido e terso, e bianco più che latte.
Quivi d’intaglio con lavor divino
avea Merlino imagini ritratte:
direste che spiravano, e, se prive
non fossero di voce, ch’eran vive.

31
Quivi una bestia uscir de la foresta
parea, di crudel vista, odiosa e brutta,
ch’avea l’orecchie d’asino, e la testa
di lupo e i denti, e per gran fame asciutta;
branche avea di leon; l’altro che resta,
tutto era volpe: e parea scorrer tutta
e Francia e Italia e Spagna ed Inghelterra,
l’Europa e l’Asia, e al fin tutta la terra.

32
Per tutto avea genti ferite e morte,
la bassa plebe e i più superbi capi:
anzi nuocer parea molto più forte
a re, a signori, a principi, a satrapi.
Peggio facea ne la romana corte,
che v’avea uccisi cardinali e papi:
contaminato avea la bella sede
di Pietro e messo scandol ne la fede.

33
Par che dinanzi a questa bestia orrenda
cada ogni muro, ogni ripar che tocca.
Non si vede città che si difenda:
se l’apre incontra ogni castello e rocca.
Par che agli onor divini anco s’estenda,
e sia adorata da la gente sciocca,
e che le chiavi s’arroghi d’avere
del cielo e de l’abisso in suo potere.

34
Poi si vedea d’imperiale alloro
cinto le chiome un cavallier venire
con tre giovini a par, che i gigli d’oro
tessuti avean nel lor real vestire;
e, con insegna simile, con loro
parea un leon contra quel mostro uscire:
avean lor nomi chi sopra la testa,
e chi nel lembo scritto de la vesta.

35
L’un ch’avea fin a l’elsa ne la pancia
la spada immersa alla maligna fera,
Francesco primo, avea scritto, di Francia;
Massimigliano d’Austria a par seco era;
e Carlo quinto imperator, di lancia
avea passato il mostro alla gorgiera;
e l’altro, che di stral gli fige il petto,
l’ottavo Enrigo d’Inghilterra è detto.

36
Decimo ha quel Leon scritto sul dosso,
ch’al brutto mostro i denti ha ne l’orecchi;
e tanto l’ha già travagliato e scosso,
che vi sono arrivati altri parecchi.
Parea del mondo ogni timor rimosso;
ed in emenda degli errori vecchi
nobil gente accorrea, non però molta,
onde alla belva era la vita tolta.

37
I cavallieri stavano e Marfisa
con desiderio di conoscer questi
per le cui mani era la bestia uccisa,
che fatti avea tanti luoghi atri e mesti.
Avenga che la pietra fosse incisa
dei nomi lor, non eran manifesti.
Si pregavan tra lor, che se sapesse
l’istoria alcuno, agli altri la dicesse.

38
Voltò Viviano a Malagigi gli occhi,
che stava a udire, e non facea lor motto:
– A te (disse) narrar l’istoria tocchi,
ch’esser ne déi, per quel ch’io vegga, dotto.
Chi son costor che con saette e stocchi
e lance a morte han l’animal condotto? –
Rispose Malagigi: – Non è istoria
di ch’abbia autor fin qui fatto memoria.

39
Sappiate che costor che qui scritto hanno
nel marmo i nomi, al mondo mai non furo;
ma fra settecento anni vi saranno,
con grande onor del secolo futuro.
Merlino, il savio incantator britanno,
fe’ far la fonte al tempo del re Arturo;
e di cose ch’al mondo hanno a venire,
la fe’ da buoni artefici scolpire.

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