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Testo del canto 18 (XVIII) del poema Orlando Furioso

80
Quando Orrigille udì l’irata voce,
a dietro il palafren per fuggir volse;
ma di lei fu Aquilante più veloce,
e fecela fermar, volse o non volse.
Martano al minacciar tanto feroce
del cavallier, che sì improviso il colse,
pallido triema, come al vento fronda,
né sa quel che si faccia o che risponda.

81
Grida Aquilante, e fulminar non resta,
e la spada gli pon dritto alla strozza;
e giurando minaccia che la testa
ad Orrigille e a lui rimarrà mozza,
se tutto il fatto non gli manifesta.
Il mal giunto Martano alquanto ingozza,
e tra sé volve se può sminuire
sua grave colpa, e poi comincia a dire:

82
– Sappi, signor, che mia sorella è questa,
nata di buona e virtuosa gente,
ben che tenuta in vita disonesta
l’abbia Grifone obbrobriosamente:
e tale infamia essendomi molesta,
né per forza sentendomi possente
di torla a sì grande uom, feci disegno
d’averla per astuzia e per ingegno.

83
Tenni modo con lei, ch’avea desire
di ritornare a più lodata vita,
ch’essendosi Grifon messo a dormire,
chetamente da lui fêsse partita.
Così fece ella; e perché egli a seguire
non n’abbia, ed a turbar la tela ordita,
noi lo lasciammo disarmato e a piedi;
e qua venuti siàn, come tu vedi. –

84
Poteasi dar di somma astuzia vanto,
che colui facilmente gli credea;
e, fuor che ‘n torgli arme e destrier e quanto
tenesse di Grifon, non gli nocea;
se non volea pulir sua scusa tanto,
che la facesse di menzogna rea:
buona era ogn’altra parte, se non quella
che la femina a lui fosse sorella.

85
Avea Aquilante in Antiochia inteso
essergli concubina, da più genti;
onde gridando, di furore acceso:
– Falsissimo ladron, tu te ne menti! –
un pugno gli tirò di tanto peso,
che ne la gola gli cacciò duo denti:
e senza più contesa, ambe le braccia
gli volge dietro, e d’una fune allaccia;

86
e parimente fece ad Orrigille,
ben che in sua scusa ella dicesse assai.
Quindi li trasse per casali e ville,
né li lasciò fin a Damasco mai;
e de le miglia mille volte mille
tratti gli avrebbe con pene e con guai,
fin ch’avesse trovato il suo fratello,
per farne poi come piacesse a quello.

87
Fece Aquilante lor scudieri e some
seco tornare, ed in Damasco venne,
e trovò di Grifon celebre il nome
per tutta la città batter le penne:
piccoli e grandi, ognun sapea già come
egli era, che sì ben corse l’antenne,
ed a cui tolto fu con falsa mostra
dal compagno la gloria de la giostra.

88
Il popul tutto al vil Martano infesto,
l’uno all’altro additandolo, lo scuopre.
– Non è (dicean), non è il ribaldo questo,
che si fa laude con l’altrui buone opre?
e la virtù di chi non è ben desto,
con la sua infamia e col suo obbrobrio copre?
Non è l’ingrata femina costei,
la qual tradisce i buoni e aiuta i rei? –

89
Altri dicean: – Come stan bene insieme
segnati ambi d’un marchio e d’una razza! –
Chi li bestemmia, chi lor dietro freme,
chi grida: – Impicca, abrucia, squarta, amazza! –
La turba per veder s’urta, si preme,
e corre inanzi alle strade, alla piazza.
Venne la nuova al re, che mostrò segno
d’averla cara più ch’un altro regno.

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