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Testo del canto 18 (XVIII) del poema Orlando Furioso

130
Non bisogna allegar, per farmi fede
che vostre sien, che tengan vostra insegna:
basti il dirmelo voi; che vi si crede
più ch’a qual altro testimonio vegna.
Che vostre sian vostr’arme si concede
alla virtù di maggior premio degna.
Or ve l’abbiate, e più non si contenda;
e Grifon maggior premio da me prenda. –

131
Grifon che poco a cor avea quell’arme,
ma gran disio che ‘l re si satisfaccia,
gli disse: – Assai potete compensarme,
se mi fate saper ch’io vi compiaccia. –
Tra sé disse Marfisa: – Esser qui parme
l’onor mio in tutto: – e con benigna faccia
volle a Grifon de l’arme esser cortese;
e finalmente in don da lui le prese.

132
Ne la città con pace e con amore
tornaro, ove le feste raddoppiarsi.
Poi la giostra si fe’, di che l’onore
e ‘l pregio Sansonetto fece darsi;
ch’Astolfo e i duo fratelli e la migliore
di lor, Marfisa, non volson provarsi,
cercando, com’amici e buon compagni,
che Sansonetto il pregio ne guadagni.

133
Stati che sono in gran piacere e in festa
con Norandino otto giornate o diece,
perché l’amor di Francia gli molesta,
che lasciar senza lor tanto non lece,
tolgon licenza; e Marfisa, che questa
via disiava, compagnia lor fece.
Marfisa avuto avea lungo disire
al paragon dei paladin venire;

134
e far esperienza se l’effetto
si pareggiava a tanta nominanza.
Lascia un altro in suo loco Sansonetto,
che di Ierusalem regga la stanza.
Or questi cinque in un drappello eletto,
che pochi pari al mondo han di possanza,
licenziati dal re Norandino,
vanno a Tripoli e al mar che v’è vicino.

135
E quivi una caracca ritrovaro,
che per Ponente mercanzie raguna.
Per loro e pei cavalli s’accordaro
con un vecchio patron ch’era da Luna.
Mostrava d’ogn’intorno il tempo chiaro,
ch’avrian per molti dì buona fortuna.
Sciolser dal lito, avendo aria serena,
e di buon vento ogni lor vela piena.

136
L’isola sacra all’amorosa dea
diede lor sotto un’aria il primo porto,
che non ch’a offender gli uomini sia rea,
ma stempra il ferro, e quivi è ‘l viver corto.
Cagion n’è un stagno: e certo non dovea
Natura a Famagosta far quel torto
d’appressarvi Costanza acre e maligna,
quando al resto di Cipro è sì benigna.

137
Il grave odor che la palude esala
non lascia al legno far troppo soggiorno.
Quindi a un greco-levante spiegò ogni ala,
volando da man destra a Cipro intorno,
e surse a Pafo, e pose in terra scala;
e i naviganti uscir nel lito adorno,
chi per merce levar, chi per vedere
la terra d’amor piena e di piacere.

138
Dal mar sei miglia o sette, a poco a poco
si va salendo inverso il colle ameno.
Mirti e cedri e naranci e lauri il loco,
e mille altri soavi arbori han pieno.
Serpillo e persa e rose e gigli e croco
spargon da l’odorifero terreno
tanta suavità, ch’in mar sentire
la fa ogni vento che da terra spire.

139
Da limpida fontana tutta quella
piaggia rigando va un ruscel fecondo.
Ben si può dir che sia di Vener bella
il luogo dilettevole e giocondo;
che v’è ogni donna affatto, ogni donzella
piacevol più ch’altrove sia nel mondo:
e fa la dea che tutte ardon d’amore,
giovani e vecchie, infino all’ultime ore.

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