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Testo del canto 18 (XVIII) del poema Orlando Furioso

120
Astolfo e Sansonetto non fur lenti
a seguitarla, e seco a ritornarsi
verso la porta (che tutte le genti
gli davan loco), ed al rastrel fermarsi.
Aquilante e Grifon, troppo dolenti
di vedersi a uno incontro riversarsi,
tenean per gran vergogna il capo chino,
né ardian venire inanzi a Norandino.

121
Presi e montati c’hanno i lor cavalli,
spronano dietro agli nimici in fretta.
Li segue il re con molti suoi vasalli,
tutti pronti o alla morte o alla vendetta.
La sciocca turba grida: – Dàlli dàlli -;
e sta lontana, e le novelle aspetta.
Grifone arriva ove volgean la fronte
i tre compagni, ed avean preso il ponte.

122
A prima giunta Astolfo raffigura,
ch’avea quelle medesime divise,
avea il cavallo, avea quella armatura
ch’ebbe dal dì ch’Orril fatale uccise.
Né miratol, né posto gli avea cura,
quando in piazza a giostrar seco si mise:
quivi il conobbe e salutollo; e poi
gli domandò de li compagni suoi;

123
e perché tratto avean quell’arme a terra,
portando al re sì poca riverenza.
Di suoi compagni il duca d’Inghilterra
diede a Grifon non falsa conoscenza:
de l’arme ch’attaccate avean la guerra,
disse che non n’avea troppa scienza;
ma perché con Marfisa era venuto,
dar le volea con Sansonetto aiuto.

124
Quivi con Grifon stando il paladino,
viene Aquilante, e lo conosce tosto
che parlar col fratel l’ode vicino,
e il voler cangia, ch’era mal disposto.
Giungean molti di quei di Norandino,
ma troppo non ardian venire accosto;
e tanto più, vedendo i parlamenti,
stavano cheti, e per udire intenti.

125
Alcun ch’intende quivi esser Marfisa,
che tiene al mondo il vanto in esser forte,
volta il cavallo, e Norandino avisa
che s’oggi non vuol perder la sua corte,
proveggia, prima che sia tutta uccisa,
di man trarla a Tesifone e alla Morte;
perché Marfisa veramente è stata,
che l’armatura in piazza gli ha levata.

126
Come re Norandino ode quel nome
così temuto per tutto Levante,
che facea a molti anco arricciar le chiome,
ben che spesso da lor fosse distante,
è certo che ne debbia venir come
dice quel suo, se non provede inante;
però gli suoi, che già mutata l’ira
hanno in timore, a sé richiama e tira.

127
Da l’altra parte i figli d’Oliviero
con Sansonetto e col figliuol d’Otone,
supplicando a Marfisa, tanto fero,
che si diè fine alla crudel tenzone.
Marfisa, giunta al re, con viso altiero
disse: – Io non so, signor, con che ragione
vogli quest’arme dar, che tue non sono,
al vincitor de le tue giostre in dono.

128
Mie sono l’arme, e ‘n mezzo de la via
che vien d’Armenia, un giorno le lasciai,
perché seguire a piè mi convenia
un rubator che m’avea offesa assai:
e la mia insegna testimon ne fia,
che qui si vede, se notizia n’hai. –
E la mostrò ne la corazza impressa,
ch’era in tre parti una corona fessa.

129
– Gli è ver (rispose il re) che mi fur date,
son pochi dì, da un mercatante armeno;
e se voi me l’avesse domandate,
l’avreste avute, o vostre o no che sièno;
ch’avenga ch’a Grifon già l’ho donate,
ho tanta fede in lui, che nondimeno,
acciò a voi darle avessi anche potuto,
volentieri il mio don m’avria renduto.

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