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Testo del canto 15 (XV) del poema Orlando Furioso

50
Qual ne le alpine ville o ne’ castelli
suol cacciator che gran perigli ha scorsi,
su le porte attaccar l’irsute pelli,
l’orride zampe e i grossi capi d’orsi;
tal dimostrava il fier gigante quelli
che di maggior virtù gli erano occorsi.
D’altri infiniti sparse appaion l’ossa;
ed è di sangue uman piena ogni fossa.

51
Stassi Caligorante in su la porta;
che così ha nome il dispietato mostro
ch’orna la sua magion di gente morta,
come alcun suol di panni d’oro o d’ostro.
Costui per gaudio a pena si comporta,
come il duca lontan se gli è dimostro;
ch’eran duo mesi, e il terzo ne venìa,
che non fu cavallier per quella via.

52
Vêr la palude, ch’era scura e folta
di verdi canne, in gran fretta ne viene;
che disegnato avea correre in volta,
e uscir al paladin dietro alle schene;
che ne la rete, che tenea sepolta
sotto la polve, di cacciarlo ha spene,
come avea fatto gli altri peregrini
che quivi tratto avean lor rei destini.

53
Come venire il paladin lo vede,
ferma il destrier, non senza gran sospetto
che vada in quelli lacci a dar del piede,
di che il buon vecchiarel gli avea predetto.
Quivi il soccorso del suo corno chiede,
e quel sonando fa l’usato effetto:
nel cor fere il gigante che l’ascolta,
di tal timor, ch’a dietro i passi volta.

54
Astolfo suona, e tuttavolta bada;
che gli par sempre che la rete scocchi.
Fugge il fellon, né vede ove si vada;
che, come il core, avea perduti gli occhi.
Tanta è la tema, che non sa far strada,
che ne li propri aguati non trabocchi:
va ne la rete; e quella si disserra,
tutto l’annoda, e lo distende in terra.

55
Astolfo, ch’andar giù vede il gran peso,
già sicuro per sé, v’accorre in fretta;
e con la spada in man, d’arcion disceso,
va per far di mill’anime vendetta.
Poi gli par che s’uccide un che sia preso,
viltà, più che virtù, ne sarà detta;
che legate le braccia, i piedi e il collo
gli vede sì, che non può dare un crollo.

56
Avea la rete già fatta Vulcano
di sottil fil d’acciar, ma con tal arte,
che saria stata ogni fatica invano
per ismagliarne la più debol parte;
ed era quella che già piedi e mano
avea legate a Venere ed a Marte.
La fe’ il geloso, e non ad altro effetto,
che per pigliarli insieme ambi nel letto.

57
Mercurio al fabbro poi la rete invola;
che Cloride pigliar con essa vuole,
Cloride bella che per l’aria vola
dietro all’Aurora, all’apparir del sole,
e dal raccolto lembo de la stola
gigli spargendo va, rose e viole.
Mercurio tanto questa ninfa attese,
che con la rete in aria un dì la prese.

58
Dove entra in mare il gran fiume etiopo,
par che la dea presa volando fosse.
Poi nei tempio d’Anubide a Canopo
la rete molti seculi serbosse.
Caligorante tremila anni dopo,
di là, dove era sacra, la rimosse:
se ne portò la rete il ladrone empio,
ed arse la cittade, e rubò il tempio.

59
Quivi adattolla in modo in su l’arena,
che tutti quei ch’avean da lui la caccia
vi davan dentro; ed era tocca a pena,
che lor legava e collo e piedi e braccia.
Di questa levò Astolfo una catena,
e le man dietro a quel fellon n’allaccia;
le braccia e ‘l petto in guisa gli ne fascia,
che non può sciorsi: indi levar lo lascia,

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