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LA CASSA RIPOSTA di Luigi Pirandello | Testo

Dolcemàscolo rimase un po’ male; tuttavia sorrise e ricominciò:
– Sissignore. Volevo dire che Vossignoria sa che ho sullo stradone una trattoria…
– Del Cacciatore, sì: ci sono passato tante volte.
– Andando al Cannatello, già. E avrà veduto allora certamente che su lo sporto, sotto la pergola, tengo sempre esposta un po’ di roba: pane, frutta, qualche presciutto.
Piccarone accennò di sì col capo, poi aggiunse misteriosamente:
– Veduto e sentito anche, qualche volta.
– Sentito?
– Che sanno di rena, figliuolo. Capirai, la polvere dello stradone… Basta, vieni al caso.
– Ecco, sissignore, – rispose Dolcemàscolo, ingollando. – Poniamo che io su lo sporto tenga esposta un po’ di… salsiccia, putacaso. Ora, Vossignoria… forse questo… già!… stavo per dire di nuovo… ma è un mio vezzo… Vossignoria forse non lo sa, ma di questi giorni abbiamo il passo delle quaglie. Dunque, per lo stradone, cacciatori, cani, continuamente. Vengo, vengo al caso! Passa un cane, signor Cavaliere, spicca un salto e m’afferra la salsiccia dallo sporto.
– Un cane?
– Sissignore. Io mi precipito dietro, e con me questi due poveracci ch’erano entrati nella bottega per comperarsi un po’ di companatico prima di recarsi in campagna, al lavoro. È vero, sì o no? Corriamo tutti e tre insieme, appresso al cane; ma non riusciamo a raggiungerlo. Del resto, anche a raggiungerlo, Vossignoria mi dica che avrei potuto farmene più di quella salsiccia addentata e strascinata per tutto lo stradone… Inutile raccattarla! Ma io riconosco il cane; so a chi appartiene.
– U… un momento, – interruppe a questo punto Piccarone. – Non c’era il padrone?
– Nossignore! – rispose subito Dolcemàscolo. – Tra quei cacciatori là non c’era. Si vede che il cane era scappato di casa. Bestie da fiuto, capirà, sentono la caccia, soffrono a star chiusi: scappano. Basta. So, come le ho detto, a chi appartiene il cane; lo sanno anche questi due amici miei, presenti al furto. Ora Vossignoria, uomo di legge, mi deve dire semplicemente se il padrone del cane è tenuto a risarcirmi del danno, ecco!
Piccarone non pose tempo a rispondere:
– Sicuro che è tenuto, figliuolo.
Dolcemàscolo balzò dalla gioja, ma subito si contenne; si volse a’ due contadini:
– Avete sentito? Il signor avvocato dice che il padrone del cane è tenuto a risarcirmi del danno.
– Tenutissimo, tenutissimo, – raffermò Piccarone. – T’avevano detto forse di no?
– Nossignore, – rispose Dolcemàscolo gongolante, giungendo le mani. – Ma Vossignoria mi deve perdonare se, da povero ignorante come sono, ho fatto debolmente un giro così lungo per venirle a dire che Vossignoria deve pagarmi la salsiccia, perché il cane che me l’ha rubata è proprio il suo, Turco.
Piccarone stette un pezzo a guardare Dolcemàscolo come allocchito; poi, tutt’a un tratto, abbassò gli occhi e si mise a leggere nel libraccio che teneva aperto su la tavola.
I due contadini si guardarono negli occhi; Dolcemàscolo alzò una mano per far loro cenno di non fiatare.
Piccarone, fingendo tuttavia di leggere, si grattò il mento con una mano, grugnì, disse:
– Dunque Turco è stato?
– Glielo posso giurare, signor Cavaliere! – esclamò Dolcemàscolo, alzandosi in piedi e incrociando le mani sul petto per dar solennità al giuramento.
– E sei venuto qua, – riprese, cupo e calmo, Piccarone, – con due testimoni, eh?
– Nossignore! – negò subito Dolcemàscolo. – Per il caso che Vossignoria non avesse voluto credere alle mie parole.
– Ah, per questo? – borbottò Piccarone. – Ma io ti credo, caro mio. Siedi. Sei un gran dabbenuomo. Ti credo e ti pago. Godo fama di mal pagatore, eh?
– Chi lo dice, signor Cavaliere?
– Tutti lo dicono! E lo credi anche tu, va’ là. Due… uh… due testimoni…
– Per la verità, tanto per lei, quanto per me!

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