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LA CASSA RIPOSTA di Luigi Pirandello | Testo

Le male lingue dicevano ch’era fatta di sassolini trovati per via e sospinti fin là a uno a uno coi piedi dallo stesso Piccarone.
Il quale era pure un dottissimo giureconsulto, e uomo d’alta mente e di profondo spirito filosofico. Un suo libro su lo Gnosticismo, un altro su la Filosofia Cristiana erano stati anche tradotti in lingua tedesca, dicevano.
Ma era malva di tre cotte, Piccarone, cioè nemico acerrimo di ogni novità. Andava ancora vestito alla moda del ventuno; portava la barba a collana; tozzo, rude, insaccato nelle spalle, con le ciglia sempre aggrottate e gli occhi socchiusi, si grattava di continuo il mento e approvava i suoi segreti pensieri con frequenti grugniti.
– Uh… uh… uh… l’Italia!… hanno fatto l’Italia… che bella cosa, uh, l’Italia… ponti e strade… uh… illuminazione… esercito e marina… uh… uh… uh… istruzione obbligatoria… e se voglio restar somaro? nossignore! istruzione obbligatoria… tasse! e Piccarone paga…
Pagava poco o nulla, veramente, a furia di sottilissimi cavilli, che stancavano ed esasperavano la pazienza più esercitata. Concludeva sempre così:
– Che c’entro io? Le ferrovie? Non viaggio. L’illuminazione? Non esco di sera. Non pretendo nulla io; grazie; non voglio nulla. Un po’ d’aria soltanto, per respirare. L’avete fatta anche voi, l’aria? Debbo pagare anche l’aria che respiro?
S’era infatti appartato in quella sua villetta, ritirato dalla professione, che pure fino a pochi anni addietro gli aveva dato lauti guadagni. Ne doveva aver messi da parte parecchi. A chi li avrebbe lasciati, alla sua morte? Non aveva parenti, né prossimi né lontani. E i biglietti di banca magari, sì, avrebbe potuto portarseli giù con sé, in quella bella cassa da morto che s’era fatta riporre. Ma la villetta? e il podere laggiù al Cannatello?
Quando Dolcemàscolo, in compagnia de’ due contadini, si fece innanzi al cancello, Turco, il canaccio di guardia, come se avesse compreso che l’oste veniva per lui, si fogò furibondo contro le sbarre. Il vecchio servo accorso non fu buono a trattenerlo e allontanarlo. Bisognò che Piccarone, il quale se ne stava a leggere nel chiosco in mezzo al giardinetto, lo chiamasse col fischio e lo tenesse poi agguantato per il collare, finché il servo non venne a incatenarlo.
Dolcemàscolo, che la sapeva lunga, s’era vestito di domenica e, bello raso, tra quei due poveri contadini che ritornavano stanchi e cretosi dal lavoro, appariva più del solito prosperoso e signorile, con un certo viso latte e rosa, ch’era una bellezza a vedere, e la simpatia di quel porretto peloso sulla guancia destra, presso la bocca, arricciolato.
Entrò nel chiosco esclamando, con finta ammirazione:
– Gran bel cane! Gran bella bestia! Che guardia! Vale tant’oro quanto pesa.
Piccarone, con le ciglia aggrottate e gli occhi socchiusi, grugnì più volte, assentendo col capo a quegli elogi; poi disse:
– Che volete? Sedete.
E indicò gli sgabelletti di ferro, disposti giro giro nel chiosco.
Dolcemàscolo ne trasse uno avanti, presso la tavola, dicendo ai due contadini:
– Sedete là, voi. Vengo da Vossignoria, uomo di legge, per un parere.
Piccarone aprì gli occhi.
– Non faccio più l’avvocato, caro mio, da tanto tempo.
– Lo so, – s’affrettò a soggiungere Dolcemàscolo. – Vossignoria però è uomo di legge antico. E mio padre, sant’anima, mi diceva sempre: «Segui gli antichi, figlio mio!». So poi quant’era coscienzioso Vossignoria nella professione. Dei giovani avvocatucci d’oggi poco mi fido. Non voglio attaccar lite con nessuno, badi! Fossi matto… Sono venuto qua per un semplice parere, che Vossignoria solo mi può dare.
Piccarone richiuse gli occhi:
– Parla, t’ascolto.
– Vossignoria sa, – cominciò Dolcemàscolo. Ma Piccarone ebbe uno scatto e uno sbuffo:
– Uh, quante cose so io! Quante ne sai tu! So, so, sa… E vieni al caso, caro mio!

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