Footer menù

DONO DELLA VERGINE MARIA di Luigi Pirandello| Testo

Rientrando, diceva:
– Dio si prega così, nel suo tempio, coi grilli e con le rane. Ora all’opera!
E se qualche tarlo si svegliava nell’antica cassapanca che pareva una bara, là in un angolo, o la fiammella del lampadino crepitava a un soffio d’aria, un brivido coglieva quei contadini intenti e raggelati dalla paura.
Trovato il tesoro, sarebbe sorta la Chiesa Nuova, aperta all’aria e al sole, senz’altari e senz’immagini. Ciò che i nuovi sacerdoti vi avrebbero fatto, don Bartolo veniva ogni giorno a spiegarlo a don Nuccio D’Alagna, il quale era pure il solo che, almeno in apparenza, stesse a sentirlo senza ribellarsi o scappar via con le mani agli orecchi.
– Lasciamo fare a Dio! – arrischiava soltanto, con un sospiro, a quando a quando.
Ma don Bartolo gli dava subito sulla voce:
– Un corno!
E gli dava da ricopiare, per elemosina, a un tanto a pagina, i capitoli della Nuova Fede che scarabocchiava la notte. Gli portava anche da mangiare e qualche magica droga per la figliuola ammalata.
Appena andato via, don Nuccio scappava in chiesa a chieder perdono a Dio Padre, a Gesù, alla Vergine, a tutti i Santi, di quanto gli toccava d’udire, delle diavolerie che gli toccava di ricopiar la sera, per necessità. Lui come lui, si sarebbe lasciato piuttosto morir di fame; ma era per la figlia, per quella povera anima innocente! I fedeli cristiani lo avevano tutti abbandonato. Poteva esser volere di Dio che in quella miseria, nera come la pece, l’unico lume di carità gli venisse da quel demonio in veste da prete? Che fare, Signore, che fare? Che gran peccato aveva commesso perché anche quel boccone di pane dovesse parergli attossicato per la mano che glielo porgeva? Certo un potere diabolico esercitava quell’uomo su lui.
– Liberatemene, Vergine Maria, liberatemene Voi!
Inginocchiato sullo scalino innanzi alla nicchia della Vergine, lì tutta parata di gemme e d’ori, vestita di raso azzurro, col manto bianco stellato d’oro, don Nuccio alzava gli occhi lagrimosi al volto sorridente della Madre divina. A lei si rivolgeva di preferenza perché gl’impetrasse da Dio il perdono, non tanto per il pane maledetto che mangiava, non tanto per quelle scritture diaboliche che gli toccava di ricopiare, quanto per un altro peccato, senza dubbio più grave di tutti. Lo confessava tremando. Si prestava a farsi addormentare da don Bartolo, come la sonnambula.
La prima volta lo aveva fatto per la figlia, per trovare nel sonno magnetico l’erba che gliela doveva guarire. L’erba non si era trovata; ma egli seguitava ancora a farsi addormentare per provar quella delizia nuova, la beatitudine di quel sonno strano.
– Voliamo, don Nuccio, voliamo! – gli diceva don Bartolo, tenendogli i pollici delle due mani, mentr’egli già dormiva e vedeva. – Vi sentite le ali? Bene, facciamoci una bella volatina per sollievo. Vi conduco io.
La figliuola stava a guardare dal letto con tanto d’occhi sbarrati, sgomenta, angosciata, levata su un gomito: vedeva le palpebre chiuse del padre fervere come se nella rapidità vertiginosa del volo la vista di lui, abbarbagliata, fosse smarrita nell’immensità d’uno spettacolo luminoso.
– Acqua… tant’acqua… tant’acqua… – diceva difatti, ansando, don Nuccio; e pareva che la sua voce arrivasse da lontano lontano.
– Passiamo questo mare, – rispondeva cupamente don Bartolo con la fronte contratta, quasi in un supremo sforzo di volontà. – Scendiamo a Napoli, don Nuccio: vedrete che bella città! Poi ripigliamo il volo e andiamo a Roma a molestare il papa, ronzandogli attorno in forma di calabrone.
– Ah, Vergine Maria, Madre Santissima, – andava poi a pregar don Nuccio davanti alla nicchia, – liberatemi Voi da questo demonio che mi tiene!
E lo teneva davvero: bastava che don Bartolo lo guardasse in un certo modo, perché d’un tratto avvertisse un curioso abbandono di tutte le membra, e gli occhi gli si chiudessero da sé. E prima ancora che don Bartolo ponesse il piede su la scala, egli, seduto accanto alla figlia, presentiva ogni volta, con un tremore di tutto il corpo, la venuta di lui.
– Eccolo, viene, – diceva.
E, poco dopo, difatti, ecco don Bartolo che salutava il padre e la figlia col cupo vocione:
– Benedicite.
– Viene, – disse anche quel giorno don Nuccio alla figlia, la quale, dopo quel forte assalto di tosse, s’era sentita subito meglio, davvero sollevata, e insolitamente s’era messa a parlare, non di guarigione, no – fino a tanto non si lusingava – ma, chi sa! d’una breve tregua del male, che le permettesse di lasciare un po’ il letto.
Sentendola parlar così, don Nuccio s’era sentito morire. O Vergine Maria, che quello fosse l’ultimo giorno? Perché anche le altre figliuole, così: – «Meglio, meglio,» – ed erano spirate poco dopo. Questa, dunque, la liberazione che la Vergine gli concedeva? Ah, ma non questa, non questa aveva invocata tante volte; ma la propria morte: ché la figlia, allora, nel vedersi sola, si sarebbe lasciata portare all’ospedale. Doveva restar solo lui, invece? assistere anche alla morte di quell’ultima innocente? Così voleva Dio?
Don Nuccio strinse le pugna. Se la sua figliuola moriva, egli non aveva più bisogno di nulla; di nessuno; tanto meno poi di colui che, soccorrendo ai bisogni del corpo, gli dannava l’anima.
Si levò in piedi; si premette forte le mani sulla faccia.

Comments are closed.
contatore accessi web