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RICHIAMO ALL’OBBLIGO di Luigi Pirandello | Testo

– T’inganni… – corresse con un sorrisetto bonario il Pelletta. – Ho sì quanto mi basta: poco; ma io ho bisogno di poco. Nulla da buttar via. È vero che, in compenso, ora sono divenuto padrone del mio. Abbiamo fatto quasi un capitombolo, sai? Per miracolo la miseria non ha battuto alla nostra porta. Ma, in compenso, ti ripeto, ora sono libero e padrone…
– … del tuo. Sta bene. Ma se non sei più ricco, perché sei venuto a Roma?
– Vedrai! – sospirò Luca, socchiudendo di nuovo gli occhi misteriosamente. – È la mia città. L’ho sempre sognata.
– Amico Pelletta, ho un vago sospetto, – riprese Santi Currao. – Ti fiuto: tu puzzi. Di’ la verità, sei più miserabile di me?
– No, perché? – fece Luca, istintivamente; subito si riprese: – Forse no…
– Questo tuo, di’ un po’, a quanto ammonta?
– Rendituccia modesta, ma sicura: cinque lire al giorno. Mi bastano.
Santi Currao sghignò forte, squassando la testa.
– Centocinquanta lire al mese?! E che te ne fai?
Arrivati in fondo al viale, il Currao si cacciò nel portoncino di casa e, prima di mettersi a salire, disse a Luca:
– Ti prego di parlare sottovoce.
Un camerotto squallido, sudicio, in disordine, con un letto in un angolo, non rifatto chi sa da quanti giorni; un tavolino rustico, senza tappeto, presso l’unica finestra; un attaccapanni appeso alla parete; seggiole impagliate; un lavamano.
Santi Currao accese il lume sul tavolino, e invitò l’amico a sedere.
– Se vuoi lavarti, lì c’è l’occorrente.
– E… non hai uno specchio? – domandò afflitto e reso timido da tanta miseria, Luca, guardando in giro le pareti polverose.
– Pago dodici lire al mese, amico Pelletta, e non sono rispettato. Do qualche lezione di musica, e non mi pagano; viene la fine del mese, e io non pago; e più non pago, e meno sono rispettato. Avevo lì, presso l’asciugamani, uno specchio, se non m’inganno. Se lo sono portato via.
– E come fai per guardarti? – domandò Luca, costernato.
– Non ci penso neppure!
– Fai male, Santi! Perché, il fisico…
– Il vero fisico è il pane, amico Pelletta! – sentenziò bruscamente il Currao.
– Ah, nego, nego… – fece Luca. – Non solo pane vivit homo…
– E intanto, – concluse Santi, – prima base, ci vuole il pane. Non dire sciocchezze e, per giunta, in latino.
Rimasero un buon pezzo in penoso silenzio. Santi Currao sedette presso il tavolino, con la testa bassa e gli occhi fissi sul pavimento. Luca Pelletta dritto sulla vita, accigliato, lo esaminava.
– E dunque… la tua signora?
Il Currao alzò il testone e guardò un pezzo negli occhi l’amico. – E dalli con la mia signora! – Si scoprì il capo solennemente; si batté più volte l’ampia fronte rischiarata dal lume:
– Vedi? Cervo! – esclamò; e le grosse pallide labbra, allargandosi a un orribile ghigno, scoprirono i denti serrati, gialli dai lunghi digiuni.
Luca Pelletta lo guardò perplesso, quasi consigliandosi con l’espressione del volto del Currao, se dovesse riderne o no.
– Cervo! cervo! – ripeté Santi, confermando col capo più volte di seguito. – E non l’ho cacciata io, sai! Se n’è andata via lei, da sé. Io sono così; – aggiunse, afferrandosi con ambo le mani la barbaccia incolta su le gote, – ma mia moglie era una bella e rispettabilissima signora! La povertà, amico Pelletta. Senza la povertà, forse non l’avrebbe fatto. Non era poi tanto cattiva, in fondo. È vero che io per lei fui marito esemplare: le portavo tutto quel po’ che guadagnavo… tranne qualche soldo per mantenermi l’occhio vivo. Ma è pur vero che l’uomo, per quanto porco sia, vale sempre mille volte più di qualunque donna. Dici di no, amico Pelletta? Ebbene, chi sa? forse no. Non si può dire. La povertà, capisci? Che fa il ferro al fuoco? Si torce. Ebbene, e tu, marito, arrivi fino al punto di dire a tua moglie: M’hai fatto le corna? T’hanno procacciato pane? Sì? E allora hai fatto benone! Danne un pezzetto anche a me!

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