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RICHIAMO ALL’OBBLIGO di Luigi Pirandello | Testo

– Che ha fatto, signorino?
– Aaahhh… – fiatava Lovico con gli occhi e la bocca spalancati.
– Un po’ d’acqua, un po’ d’acqua… – gli suggerì il caffettiere. – Prenda, beva un po’ d’acqua!
– E i calzoni? – gemette Paolino, guardandosi addosso.
Cavò di tasca il fazzoletto, ne intinse una cocca nel bicchiere e si mise a stropicciar forte su la macchia. Che bel frescolino alla coscia, adesso!
Distese il fazzoletto bagnato, lo guardò, impallidì, buttò una monetina di quattro soldi nel vassojo e scappò via. Ma, appena svoltato il vicolo, paf! di faccia, il capitano Petella.
– Ohé! Lei qua?
– Già… mi… mi… – balbettò Paolino Lovico senza più una goccia di sangue nelle vene. Mi… mi sono levato per tempo… e…
– Una passeggiatina al fresco? – compì la frase il Petella. – Beato lei! Senza noje… senza impicci… Libero! scapolo!
Lovico gli affondò gli occhi negli occhi per cercare di scoprire se… Ma già il fatto che il bestione fosse fuori a quell’ora, e poi con quell’aria rabbuffata, da temporale… – ah, miserabile! doveva certamente aver litigato con la moglie anche quella sera! (Io l’uccido! – pensò Lovico, – parola d’onore, io l’uccido!) E intanto, con un sorrisetto:
– Ma anche lei, vedo…
– Io? – grugnì il Petella. – Che cosa?
– Ma… a quest’ora…
– Ah, perché mi vede fuori a quest’ora? Una nottataccia, caro professore! Il caldo, forse, io non so!
– Non… non ha… non ha dormito bene?
– Non ho dormito affatto! – gridò il Petella, con esasperazione. – E sa? quando io non dormo… quando non riesco a prender sonno… io arrabbio!
– E che… scusi… che colpa… – seguitò a balbettar Lovico tutto fremente e pur sorridente, – che colpa ci hanno gli altri?
– Gli altri? – domandò stordito il Petella. – Che c’entrano gli altri?
– Ma… se dice che s’arrabbia? Con chi s’arrabbia? con chi se la piglia se fa caldo?
– Me la piglio con me, me la piglio col tempo, me la piglio con tutti! – proruppe il Petella. – Io voglio aria… io sono abituato al mare… e la terra, caro professore, specialmente d’estate, la terra non la posso soffrire… la casa… le pareti… gl’impicci… le donne.
(«L’uccido! parola d’onore, l’uccido!» fremeva tra sé Lovico.) E col solito sorrisetto: – Anche le donne?
– Ah, sa? con me le donne… veramente… Si viaggia… si sta tanto tempo lontani… Non dico ora, che sono vecchio… Ma quando si è giovanotti… Le donne! Io, però, ci ho avuto sempre questo di buono, sa? Quando voglio, voglio… quando non voglio, non voglio. Il padrone sono restato sempre io.
– Sempre?… («L’uccido!»)
– Sempre che ho voluto, s’intende! Lei no, eh? Lei si lascia facilmente prendere? Un sorrisetto… una mossetta… un’aria umile, vergognosetta… dica, eh? dica la verità…
Lovico si fermò a guardarlo in faccia.
– Debbo dirle la verità? Io, se avessi moglie…
Petella scoppiò a ridere.
– Ma non parliamo delle mogli, adesso! Che c’entrano le mogli? Le donne! le donne!
– E non sono donne, le mogli? che cosa sono?
– Ma saranno anche donne… qualche volta! – esclamò Petella. – Lei intanto non ne ha, caro professore; ed io le auguro per il suo bene di non averne mai. Perché le mogli, sa…
Così dicendo, lo prese sotto il braccio e seguitò a parlare, a parlare. Lovico fremeva. Lo guardava in volto, gli guardava gli occhi gonfi, ammaccati, ma forse… eh, forse li aveva così perché non era riuscito a dormire. E ora gli pareva da qualche frase di potere argomentare che quella poverina fosse salva, ora invece, a qualche altra, ripiombava nel dubbio e nella disperazione. E questo supplizio durò un’eternità, perché aveva voglia di camminare, di camminare, il bestione, e se lo trascinava lungo la marina. Alla fine, voltò per ritornare a casa.
«Non lo lascio!» pensava tra sé Lovico. «Salgo con lui a casa e, se non ha fatto l’obbligo suo, questa è l’ultima giornata per tutti e tre!»

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