Footer menù

LEVIAMOCI QUESTO PENSIERO di Luigi Pirandello | Testo

Sbrigate così subito le poche faccende, a cui ormai gli restava da attendere, gli crebbe innanzi più che mai il tempo, il vuoto smanioso, che non sapeva come riempire.
Cominciò a spenderlo a profitto degli altri, di gente che conosceva appena, di cui per caso veniva a conoscere la necessità. Ma, al solito, anche da questi beneficati non ebbe altro compenso che sgarbi e ingratitudine. Gli mancava al tutto il senso dell’opportunità, perché non riusciva a intendere che si potesse provar piacere a indugiarsi nelle illusioni, convinto com’era che ogni indugio, di fronte alle necessità impellenti e ineluttabili dell’esistenza, fosse una debolezza. E non aveva né pietà, né considerazione per tutti quei deboli che indugiavano: si presentava quando non doveva, a ricordar loro quelle necessità, con un’aria sempre più stanca e più oppressa, che diceva chiaramente: «Vedete, pur essendo così, pur costandomi tanto, io sono qua, pronto; su, cari miei, leviamoci questo pensiero!».
E ormai tutti, appena lo vedevano da lontano, spiritavano. Era divenuto un incubo per tutti. Tutti credevano ch’egli provasse un gusto feroce a tormentare, a opprimere.
Le gambe, con gli anni, gli divennero sempre più tarde. Nulla era più penoso che il vedere com’egli si adoperasse, ora, nella corsa dietro a quelle necessità sue e altrui, e cercasse il verso d’andare speditamente con quelle povere gambe che pareva lo lasciassero sempre allo stesso punto.
Avviluppato nell’ombra tremenda del tempo che gli avanzava, col rodio, l’assillo di tante sollecitudini non sue soltanto, gli avveniva spesso di fermarsi di botto in mezzo alla via, non ricordandosi più dove fosse diretto che cosa dovesse fare.
Col bastone sotto l’ascella, il cappello in mano l’altra mano sul mento irrequieta tra i peli della folta barba, restava un pezzo a pensare, con gli occhi chiusi, ripetendo piano a se stesso:
– Io dovevo fare una cosa…
E così una volta lo colse, in mezzo a una piazza deserta, di pieno meriggio, un’automobile che passava di furia.
Travolto in un attimo, sballottato sotto le ruote, Bernardo Sopo, con le costole fracassate e le braccia e le gambe spezzate, fu raccolto moribondo da alcuni vetturini di stazione e trasportato all’ospedale, privo di conoscenza.
Si riebbe pochi momenti prima di morire; riaprì gli occhi appannati; guardò un pezzo accigliato il medico e gli infermieri attorno al letto: poi, reclinando il capo sui guanciali, ripeté con l’ultimo sospiro:
– Io dovevo fare una cosa…

Comments are closed.
contatore accessi web