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LEVIAMOCI QUESTO PENSIERO di Luigi Pirandello | Testo

L’offerta, in quel punto, col cadavere ancor 1ì presente, pareva a quello un insulto, anzi peggio, un pugno sul petto. E senza avere altra risposta, che uno sguardo di disgusto, d’abominazione, Bernardo Sopo si vedeva lasciato in asso.
Il che però non gli toglieva l’animo d’accostarsi, poco dopo, a un altro dei parenti più intimi e di portarselo a passeggiare nel salotto per proporgli a un certo punto, come a quell’altro:
– Se ti piacciono questo canapè e queste poltroncine, puoi prenderle, sai, caro!
Finché, vedendo che tutti a un modo i più intimi gli si rivoltavano scandalizzati, non cominciò a profferire i mobili e gli oggetti della casa ai meno intimi e anche a qualche estraneo, amico di casa, i quali, con minor scrupolo, ma pur perplessi e timidi, lo ringraziavano. Bernardo Sopo troncava subito i ringraziamenti con un gesto della mano alzava le spalle per significare che non dava alcuna importanza al regalo, e soggiungeva:
– Dovresti affrettarti piuttosto a farli portar via; mi preme di sgombrare al più presto.
Quegli altri allora presero a fulminarlo dalla camera mortuaria con certi occhiacci da spiritati e a dar segni d’ira e di sdegno e di dispetto, per un altro verso.
No, non avevano diritto, nessun diritto su quei mobili che appartenevano a lui soltanto, a Bernardo Sopo; ma perdio, era un’indecenza!
E a uno a uno, non riuscendo più a trattenersi, balzarono da sedere e corsero a investirlo, a gridargli tra i denti che doveva vergognarsi, di quel che stava facendo, vergognarsi come si vergognavano per lui quelli stessi che, nell’imbarazzo, non avevano saputo opporsi alle profferte. Li chiamavano in testimonianza
– È vero? è vero?
Quelli si stringevano nelle spalle, con un sorriso afflitto su le labbra.
– Ma certo! ognuno! – esclamavano allora i parenti. – Sono mortificazioni!
E Bernardo Sopo, sempre con gli occhi chiusi, aprendo le braccia:
– Ma scusate, perché, cari, perché? Io mi spoglio… Per me è finita, cari miei! Bisogna che non ci pensi più! So quello che porto addosso. Lasciatemi fare. Son cose che si devono fare.
Quelli gridavano:
– Va bene, si devono fare: ma a tempo e a luogo, perdio!
E allora lui, per troncare il discorso, rimettendosi:
– Capisco… capisco…
Ma non capiva affatto; o piuttosto, capiva questo soltanto ch’era una debolezza quell’indugio che si voleva frapporre; una debolezza, come tutto quel pianto là.
Lo credevano senza cuore, perché egli non piangeva. Ma dimostrava forse il pianto la intensità del dolore? Dimostrava la debolezza di chi soffre. Chi piange vuol far conoscere che soffre, o vuole intenerire, o chiede conforto e commiserazione. Egli non piangeva, perché sapeva che nessuno avrebbe potuto confortarlo, e che era inutile ogni commiserazione. Né c’era da aver pena per quelli che se n’andavano. Fortunati da invidiare, anzi!
La vita era per Bernardo Sopo profondamente oscura; la morte, uno sbuffo di più densa tenebra nell’oscurità. Né al lume della scienza per la vita né al lume della fede per la morte riusciva a dar credito; e in tanta oscurità non vedeva profilarsi altro, a ogni passo, che le sgradevoli, dure, ispide necessità dell’esistenza, a cui era vano tentar di sottrarsi, e che si dovevano subito perciò affrontare o subire, per levarsene al più presto il pensiero.
Ecco, sì, levarsene il pensiero! Tutta la vita non era altro che questo: un pensiero, una sequela di pensieri da levarsi. Ogni indugio era una debolezza.
Tutti quei parenti che s’indignavano, sapevan pur bene che egli era stato sempre così. Quante volte non li aveva fatti ridere la loro Ersilia, raccontando con festosa esagerazione le furiose avventure della sua vita coniugale con quell’uomo, il quale, poveretto, che poteva farci? aveva in corpo la smania, la frenesia di levarsi tutti i pensieri, appena gli si affacciassero alla mente come un’ineluttabile necessità. Anche, anche a letto, sì, tutti i pensieri! Ed ella, la poverina, si rappresentava come una cagnetta stanca, in corsa perpetua, dietro a lui, sempre con tanto di lingua fuori.
Si doveva andare a teatro? Quell’uomo non aveva più requie. Non già perché gli premesse il teatro; anzi al contrario! Il pensiero d’andarci diventava per lui un tale incubo, che non gli pareva l’ora di levarselo; e, sissignori, ogni volta, un’ora prima, nel palco, al bujo, ad aspettare!
Si doveva partire? Misericordia di Dio! Un precipizio. Bauli, valige, fagotti; caccia, cocchiere! corri, facchino! E i sudori! e i sudori! e quante cose smarrite, e quante dimenticate, per arrivare alla stazione due ore prima della partenza del treno! Non già perché temesse di perdere la corsa, ma perché non poteva più aspettare in casa, neanche un minuto, con quel pensiero della partenza che lo assillava.

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