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LO STORNO E L’ANGELO CENTUNO di Luigi Pirandello| Testo

Non si sentivano nemmeno camminare e non sollevavano neanche un po’ di polvere. La Poponé ora li mirava sbigottita, non sapendo che pensarne. Le parevano ombre, sotto la luna; eppure erano veri, soldati veri, sì, col loro capitano là, a cavallo. Ma perché cosi silenziosi ?
Il perché lo seppe, quando fu in vista del paese, sul primo albeggiare. Il capitano a un certo punto fermò il cavallo e aspettò ch’ella lo raggiungesse.
– Maragrazia Ajello, – le disse allora, – io sono l’Angelo Centuno, di cui sei tanto divota, e queste che ti hanno scortata fin qui sono anime del Purgatorio. Appena arrivata, mettiti in regola con Dio, ché prima di mezzogiorno tu morrai.
Disse e scomparve con la santa scorta.
Quando la sorella, alla Favara, si vide arrivare in casa la Poponé, bianca, come di cera, e stralunata:
– Maragrà, che hai? – le gridò.
E lei con un filo di voce:
– Chiamami un confessore.
– Ti senti male?
– Devo farmi le cose di Dio. Prima di mezzogiorno morirò.
E così fu, difatti. Prima di mezzogiorno morì. E tutto il popolo di Favara scasò a vedere la santa che l’Angelo Centuno e le anime del Purgatorio avevano scortata quella notte fino alle porte del paese».
Donna Gesa tacque. Tacemmo, ammirati, io e il Gaglio e Monsignore, suo padrone. Ma Sebastiano Terilli, scrollandosi, esclamò:
– All’anima del miracolo! È questo il miracolo? E che miracolo è questo? Ma scusate… Miracolo? Perché miracolo? Ammettiamo tutto: ammettiamo che la poveretta non sia morta veramente di paura, e che quella non sia stata un’allucinazione spiegabilissima in una che credeva di parlare ogni notte con le anime del Purgatorio e con quest’Angelo Centuno; ammettiamo che l’angelo le sia apparso per davvero e le abbia parlato. Ebbene? Altro che miracolo! Questa è crudeltà feroce. Annunziare imminente la morte a una poverina! Ma noi tutti, scusate, noi tutti possiamo vivere solo a patto che…
Celestino Calandra protese le mani per rispondergli, e l’eterna discussione si riaccese più calorosa che mai.
Ma la fede, la fede! non si doveva tener conto della fede, di cui si nutre e s’appaga la povera gente? Gli uomini così detti intellettuali non vedono, non sanno veder altro che la vita, e non pensano mai alla morte. La scienza, le scoperte, la gloria, il dominio! E si domandano come faccia a vivere senza tutte queste belle e grandi cose la gente del popolo, quella che zappa la terra e che appare loro condannata alle più dure e umili fatiche; come faccia a vivere e perché viva; e la stimano bruta, perché non pensano che una ben più grande idealità, di fronte alla quale diventano vane e ridicole miserie tutte le scoperte della scienza e il dominio del mondo e la gloria delle arti, vive come certezza irrefragabile in quelle povere anime e rende loro desiderabile come un giusto premio la morte.
Chi sa quanto si sarebbe protratta quella discussione sul miracolo dell’Angelo Centuno, se un altro miracolo, e questo vero, autentico, indiscutibile, non la avesse a un tratto troncata.
Stefano Traìna, col fucile da caccia in pugno, si precipitò nella sala da pranzo tutto ansante, esultante, col volto paonazzo, congestionato, sgraffiato, affumicato.
Era riuscito finalmente a uccidere uno storno!

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