Footer menù

LO STORNO E L’ANGELO CENTUNO di Luigi Pirandello| Testo

– Daccapo, vecchio stolido? statevi zitto! Mi bisogna per una settimana. Debbo andare da mia sorella, alla Favara.
Com’egli intese proferire quel nome di Favara, spiritò, e cominciò a dire che mai e poi mai avrebbe consentito ch’ella andasse sola a quel paese d’assassini, dove ammazzare un uomo era come ammazzare una mosca. E le raccontò che un favarese, una volta, per provare se la carabina era ben parata, fattosi all’uscio di strada, la aveva scaricata sul primo che aveva veduto passare; e che un carrettiere di Favara, un’altra volta, dopo aver fatto montare sul carretto un ragazzino di dodici anni incontrato di notte lungo lo stradone, lo aveva ucciso nel sonno, perché aveva inteso che gli sonavano in tasca tre soldi; lo aveva sgozzato come un agnello, povero piccino; s’era messi in tasca i tre soldi per comperarsene tabacco; aveva buttato il cadaverino dietro la siepe, e arrì! a passo a passo, cantando aveva seguitato ad andare, sotto le stelle del cielo, sotto gli occhi di Dio che lo guardavano. Ma l’animuccia del povero ucciso aveva gridato vendetta, e Dio aveva disposto che lui stesso, il carrettiere, arrivato all’alba alla Favara, invece di recarsi alla carretterìa del padrone, si fermasse davanti al posto di guardia e coi tre soldi nella mano insanguinata si denunziasse da sé, come se parlasse un altro per bocca sua.
– Vedete che può Dio? – gli disse allora la Poponé. – E perciò io non ho paura!
Zi’ Lisi insistette per accompagnarla; ma lei tenne duro; gli disse che avrebbe preso in affitto l’asino da qualche altro; e allora egli cedette e le promise che il giorno appresso, all’alba, l’asinella sarebbe stata davanti alla porta di lei, con la bardella e tutto.
Ora avvenne, che di notte zi’ Lisi, col pensiero dell’asina da approntare per l’alba, si svegliò. C’era un gran chiaro di luna, e gli parve giorno. Saltò dal letto, sellò l’asina in un amen e la condusse alla casa della Poponé. Bussò alla porta e disse:
– L’asina è qua, gna’ Poponé. L’ho legata all’anello. Il Signore e la bella Madre vi accompagnino.
La Poponé, zitta zitta, per non svegliare la nuora, il figliuolo e i nipotini, prese a vestirsi. Ma solita di levarsi alla punta dell’alba, non si capacitava, col silenzio che regnava tutt’intorno, che quella fosse l’ora di partire.
– Sarà! – disse. – M’avrà gabbata il sonno.
E uscì col fagottello sotto la mantellina. S’accorse subito, guardando il cielo, che quella non era alba, ma chiaro di luna. Tutto il paesello dormiva tranquillo; dormiva anche l’asinella in piedi, legata lì, all’anello accanto alla porta.
– O Gesù mio, – disse la Poponé. – Che stolido, quello zi’ Lisi! Debbo mettermi in cammino, di notte? Mah! Sono vecchia, c’è la luna; e non ho niente da perdere. Le animucce sante del Purgatorio mi accompagneranno.
Montò su l’asinella, si fece il segno della croce e s’incamminò.
Quando fu un buon tratto lontana dal paese, nello stradone, tra le campagne sotto la luna, andando lentamente su l’asinella, si mise a pensare a quel ragazzino sgozzato e buttato lì, dietro la siepe polverosa, povera creaturina di Dio; a tanti altri ammazzamenti e male vendette pensò, che si raccontavano della Favara, e intanto proseguiva con la mantellina in capo tirata fin su gli occhi per impedirsi di guardare le ombre paurose della campagna di qua e di là dello stradone, ove la polvere era così alta, che non faceva neanche sentire il rumore degli zoccoli dell’asinella.
Tutto quel silenzio e quel suo andare, e la luna e quella via lunga e bianca le parevano un sogno.
– O Animucce sante del Purgatorio, – diceva tra sé, – a voi mi raccomando!
E non smetteva un momento di pregare.
Ma, o fosse la lentezza del cammino, o la sua debolezza, o che, o come, a un certo punto, forse la vinse il sonno. La Poponé non lo seppe mai dire; ma il fatto è che ai due lati dello stradone, a un certo punto, svegliandosi, si trovò due lunghe file di soldati. In testa, nel mezzo dello stradone, andava a cavallo il capitano.
La Poponé, appena li vide, si sentì riconfortare, e ringraziò Dio, che proprio in quella notte del suo viaggio aveva disposto che quei militari dovessero recarsi anch’essi alla Favara. Le faceva però una certa meraviglia che tanti giovinotti di vent’anni non dicessero nulla vedendo in mezzo a loro una vecchia come lei, su un’asina vecchia più di lei, che non doveva fare certamente una bella figura, per lo stradone a quell’ora.
Perché cosi in silenzio, tutti quei soldati?

Comments are closed.

Powered by WordPress. Designed by WooThemes

contatore accessi web