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LO STORNO E L’ANGELO CENTUNO di Luigi Pirandello| Testo

A sessant’anni – bisognava vederla – non un pelo bianco. Pareva una madonnina di cera, linda linda, coi capelli gremiti e fresca nelle carni più di una ragazza di quindici. Vestiva, come tutte le poverette, di baracane; ma ogni casacchina addosso a lei pareva di seta: tanto bel portamento aveva, con un che di civile. Tutti le davano passo appena la vedevano. Mi ricordo le mani, che finezza! Parevano un velo di cipolla. E sì che avevano faticato quelle mani!
Non c’era neanche da dire che la nuora si dispendiasse per lei, che pure aveva ceduto in vita al figliuolo tutto quanto possedeva: la casetta e una piccola chiusa, sotto le Fornaci. Campava ancora sul suo, facendo novene e recitando rosarii per conto dei divoti che venivano a trovarla fino a casa da miglia e miglia lontano, e la compensavano delle grazie che riusciva a impetrare dalle anime sante del Purgatorio, con le quali durante la notte era in comunione.
Se ne vedevano le prove ogni giorno.
Una volta – consta a me – una povera madre venne a trovarla per un figliuolo ch’era in America e non le scriveva più da tre mesi.
– Ritornate domani, – le disse la Poponé.
E il giorno appresso le annunciò che il figliuolo non le aveva più scritto perché era in viaggio di ritorno, e che già era arrivato a Genova e tra pochi giorni lo avrebbe riabbracciato.
Così fu. Guardate: lo dico, e mi s’aggricciano ancora le carni. Santa! santa! era proprio una santa la Poponé!
– Ma questo miracolo dell’Angelo Centuno? – le domandò Sebastiano Terilli.
– Ecco, ci vengo adesso, – rispose donna Gesa. Per avere un po’ di requie dai continui dispetti della nuora, un giorno la Poponé pensò di recarsi per qualche settimana al vicino paese di Favara, dove aveva una sorella, vedova come lei.
Ne chiese licenza al figliuolo e, avutala, andò da un compare del vicinato, che si chiamava zi’ Lisi, per chiedergli in prestito una vecchia asinella che egli aveva, un po’ tignosa, ma tranquilla come una tartaruga.
Sapeva bene la Poponé che a lei, zi’ Lisi, non l’avrebbe negata, quantunque per quella sua asina avesse tanto amore che non aveva più pace per tutto un giorno se essa la mattina non beveva intero il suo solito bugliolo d’acqua. Era un vecchio curioso, questo zi’ Lisi. Tutti sparlavano di lui, nel vicinato, per via di quella sua asina. Ogni mattina, le reggeva con le mani davanti al muso il bugliolo, invitandola col fischio a bere per una o due ore, tante volte; e guaj se le vicine, infastidite da quel fischio lamentoso, persistente, gli gridavano che la smettesse!
Vedovo come la Poponé, da tanti anni le stava attorno desideroso di mettersi con lei.
– Statevi zitto, santo cristiano! – gli dava sempre su la voce la Poponé; e si faceva il segno della croce, ché le pareva una tentazione del diavolo.
Quel giorno ella aspettò davanti al cortile acciottolato, dove zi’ Lisi aveva la casa e la stalla; aspettò un bel pezzo che il vecchio finisse di fischiare, tra gli sbuffi di tutte le vicine che la spingevano ad entrare, dicendole: “Su, su, se entrate voi, la smette!”.
Alla fine il vecchio la smise, ed ella entrò nel cortile.
L’asina? Ma subito! Anche per un mese l’avrebbe prestata a lei, anche per un anno, e magari gliel’avrebbe donata, e tutto le avrebbe donato, tutto quanto possedeva, se…

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