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PRUDENZA di Luigi Pirandello | Testo

– Finito? – domandai.
– Eh, no, signore: volevo vedere… Perché, sa? da questa parte. . .
Lo guardai in faccia:
– Avete forse dato qualche altro colpetto di forbice arrischiato?
– No, signore – s’affrettò a rispondermi. – Conseguenza del primo, sa? Credevo di poter rimediare… Ma vedo… vedo con dispiacere che non ce la facciamo più neanche a spazzola, sa!
– E allora come? – feci io, frenando a stento la rabbia, per paura che quegli non si mettesse a ridere vedendomi la faccia che già a quell’ora aveva dovuto combinarmi.
– Possiamo provare… ecco, sì; a punta di forbice… Tanto l’estate è ormai vicina… Le sarà comodo, vedrà… Vuole?
– Voglia o non voglia, – gli risposi sbuffando, – non potete mica riattaccarmi i capelli che mi avete già portati via. Sbrigatevi piuttosto, senza stare a guardar fuori.
– Ma che! Si figuri… Un momento, e avremo finito.
Zac, zac, zazàc. Questa volta mi addormentai davvero.
Quanto si protrasse ancora la mia tortura? Non saprei dirlo. Forse ore e ore: un’eternità! So che a un certo punto mi destai di soprassalto, al rumore d’un pajo di forbici scaraventate sul pavimento, e vidi il barbiere che si buttava sul divanuccio con la faccia tra le mani. – Che è stato? – gli urlai. Quegli scoprì il volto lacrimoso:
– Signore! Io non so… non mi è mai capitata una cosa simile… Ho la jettatura addosso, oggi… Mi perdoni, mi compatisca… Non so dov’abbia il capo… cioè, lo so benissimo: ho la moglie malata a casa… soprapparto…
Io mi portai istintivamente le mani alla testa… Nuda! Scorticata!
– E che m’avete fatto? – gridai, e mi guardai le mani.
– Nulla! nulla! – gemette quello. – Non tema! Ma non ci resta più che da radere, signore… Mi perdoni!
Scattai in piedi, furibondo; me gli avventai contro, sul divanuccio, con un pugno levato:
– Miserabile! Ti sei preso giuoco di me?
Ma, in quella, mi scoprii nell’altro specchio punteggiato dalle mosche, e restai pietrificato, col pugno sospeso e quell’accappatojo bianco che mi rappresentava a me stesso come una fantasima d’assassinato.
– Pietà… pietà… – gemeva quello dal divanuccio, tutto tremante.
Mi strappai d’addosso l’accappatojo; afferrai il cappello e scappai via, imprecando. Il cappello mi sprofondò su la nuca. Mi parve un’offesa mortale. Fui per rientrare nella botteguccia, feroce dalla rabbia. Ma mi cacciai in una vettura, per non commettere un delitto, e via a casa.
Manco a dirlo! La mia amante, guardando dalla spia, non mi volle aprire.
– Grazie, cara! – le gridai. – Hai ragione: non son più io! Ti saluto per sempre, cara!
E ridiscesi a precipizio la scala, esplodendo non so più quanti sternuti di fila.

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