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PRUDENZA di Luigi Pirandello | Testo

Quegli allora, senza aggiungere altro, m’avvolse con poco garbo nell’accappatojo; versò dal bricco l’acqua tepida nel bacile; prese una forbice e… zàc! mi portò via mezza barba.
– Che fate: – gli gridai. – V’ho detto rasa! rasa!
– Sissignore, – mi rispose, guardandomi con una certa meraviglia mista di commiserazione. – Ma capirà! se prima non si taglia…
E seguitò a tagliare. Io non ebbi il coraggio di guardarmi nello specchio. Quegli prese a insaponarmi sbadatamente, stropicciandomi insieme col pennello tutte le dita su la faccia. Questa prima operazione, che mi parve troppo confidenziale, durò circa un quarto d’ora. Come se nel mentre il mal’animo gli fosse sbollito, posando il pennello, il giovine mi domandò:
– Non se l’era rasa da parecchi anni, è vero?
– Mai! – gli risposi. – Questa è la prima volta.
– E si vede, sa! Eh, bisognerà lasciarla rammorbidire un bel pezzo col sapone. Io intanto affilo il rasojo. Ne affilo anzi due.
Quando vidi posarmi il barbino su l’omero, chiusi gli occhi e sospirai. Ma poi fu più forte la curiosità. Dovevo sì o no far la nuova conoscenza di me stesso? E mi guardai nello specchio che mi stava davanti, con tutta l’anima sospesa.
– Ah Dio, – gemetti, quando già mezza faccia era rasa. – Dio, come son brutto… No no… perbacco! Troppo brutto… E come faccio?
Il giovine cercò di confortarmi, che a poco a poco ci avrei fatto l’occhio.
– Impossibile! No!
Ma, poiché non c’era più rimedio, richiusi gli occhi e non volli più saperne di me; mi abbandonai al destino.
– Ecco fatto! – annunziò quegli alla fine.
Il primo sacrifizio era dunque compiuto. Provai a sbirciarmi nello specchio: ci vidi un povero imbecille addogliato, che non volli riconoscere.
Veniamo ai capelli, – riprese il barbiere. – Come li vuole?
– Finitemi come che sia, – risposi. – Non me n’importa più nulla.
– Li facciamo «alla Guglielmo», come usano adesso?
– Fateli «alla Guglielmo», ma presto.
Quando la prima ciocca recisa mi cadde su l’accappatojo, volli guardarla e dirle addio, senza levar gli occhi allo specchio. Poveri capelli miei! addio, gioventù! addio, poesia!
Quel boja intanto credeva che io dormissi. Più d’una volta sospese l’esercizio della sua funzione per guardarsi… non so, il naso o la punta della lingua nello specchio. Lo lasciavo fare. A una pausa più lunga però mi riscossi per domandargli:
– Ebbene?
– Ecco, – mi rispose con aria confusa e un risolino nervoso tremante su le labbra, – ho dato… sì, ho dato… mi scusi, un.. come si chiama?… un colpetto di forbice un po’ arrischiato… e m’accorgo che «alla Guglielmo» non possono più venire. Vogliamo tagliarli a spazzola?
– Come che sia, vi ho detto. Purché facciate presto!
– Prestissimo, non dubiti. È una pettinatura più spiccia. Più spiccia e più seria.
Dalli e dalli! Quella dannata forbice non si dava requie un momento, e m’intronava gli orecchi. A compir l’opera, si rovesciò come un’ira di Dio, su la piazzetta, una compagnia di saltimbanchi con una crudelissima tromba stonata e una grancassa fragorosa. Il giovine non seppe contenersi più. Allungava il collo di qua e di là, si rizzava su la punta dei piedi. Indovinavo con gli occhi chiusi quei movimenti di curiosità; ma, nello stato d’abbattimento in cui ero caduto, non trovavo più la forza di richiamarlo al dovere.
A un certo punto sentii posar le forbici e, subito dopo, mi sentii rullar sul capo non so che cosa d’ispido, che mi fece saltar su la seggiola. Era uno spazzolone nero, girante.

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