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IL NIDO di Luigi Pirandello |Testo

Al settimo giorno Livia, chiamata dalla cameriera sconvolta da alcuni segni di delirio nell’infermo, era finalmente accorsa, vincendo ogni ripugnanza dell’amor proprio. Appena entrata in quella camera, ove non metteva piede da tanto tempo, s’arretrò quasi inorridita alla vista del marito. Dio, come s’era ridotto! Il volto di Ercole pareva una maschera di cera: egli teneva gli occhi semichiusi e apriva di tanto in tanto le labbra esangui, tra i baffi e la barba scomposti, a un orribile sorriso, mostrando i denti pari, serrati, un po’ ingialliti: accompagnava il sorriso con un gesto della mano scarna, quasi trasparente, le cui cinque dita brancicavan nel vuoto.
Al primo terrore seguì nel cuore di Livia un impulso d’odio per la donna che le aveva ridotto in tale stato il marito; e già in quell’odio penetrava la compassione per lui.
Ercole schiuse gli occhi e fissò la moglie senza riconoscerla. Ella trattenne il respiro, il moto delle palpebre, in penosissima attesa. L’infermo poco dopo richiuse lentamente gli occhi, emettendo un gemito più di stanchezza che di dolore. Sì, in tutti i lineamenti di quel volto disfatto, nelle braccia, nelle mani abbandonate sul letto, più che il dolore, infatti, era impressa la stanchezza, un’estrema stanchezza! Ella sedé in silenzio accanto al letto, presso la testata, per non farsi scorger da lui, temendo non lo avesse a turbare la sua vista. Vedeva la mano scarna levarsi di tratto in tratto con le cinque dita brancicanti; indovinava il sorriso delle labbra esangui, e sentiva un brivido di sgomento alla schiena. Che significava quel gesto? Perché sorrideva e levava la mano? Alfine Livia credette d’aver trovato la cagione: il suo pensiero volò, senza designazione di luogo, a un’altra casa non mai vista da lei, ma ben nota al marito: vi cercò una bambina; ma non poté figurarsela: un’ombra odiosa, indecisa di donna le si parava sempre dinanzi – quell’altra, la madre della bambina! Ah sì, senza dubbio, in quel muto delirio egli credeva di carezzare la testa della sua figlioletta, e sorrideva. Livia sentì allora come uno struggimento non peranche provato, scevro d’odio per il marito, anzi pieno d’un sentimento angoscioso di generosità. Ella era la tradita, la nemica per lui; eppure, ecco, era lì, in quella camera, accanto al letto ove egli giaceva, pronta a prestargli le più diligenti cure, pronta a rendere il bene per tutto il male ricevuto! Gli occhi le si riempirono di lacrime.
Da quel giorno non abbandonò più la camera dell’infermo. Riempiva di pensieri, di riflessioni le lunghe veglie penose. In certe ore della notte, vinta dalla stanchezza, appoggiava leggermente la guancia sugli stessi cuscini ove s’affondava la testa di lui, e la freschezza del lino e la insolita vicinanza le cagionavano, nel silenzio, quasi nel mistero del sonno, un piacere e un turbamento ineffabili.

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