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IL NIDO di Luigi Pirandello |Testo

Le aveva mostrato il giornaletto fangoso, le aveva detto dello scandalo suscitato, le aveva infine parlato dei figli… Quant’era durato quel supplizio? Ella non aveva saputo risponder sillaba, un sì soltanto alla domanda insistente del vecchio: – Me lo promette? me lo promette? – Sì; ma che aveva promesso?
La sera narrò tutto ad Ercole.
– Chi vuoi schiaffeggiare? Non capisci che mi comprometteresti di più? E ti sporcheresti le mani! No, no, bisogna finirla piuttosto. . .
– Finir che cosa? E mia figlia? Pretendi ch’io non la veda più? Cacciano i tuoi figli dal collegio? Ebbene, penserò io a loro! Come? Si vedrà! C’è rimedio a tutto… So questo soltanto, che la nostra bambina non deve soffrirne! Tu sei mia, ormai! questa è la mia casa! qui c’è mia figlia! Tutto il resto non m’importa…
– Importa a me: son figli miei anche quelli! – esclamò Elena. – Tu devi intendere anche questo…
– Eh sì! E infatti – rispose Ercole – t’ho detto: provvederò io, in caso, a loro! Ne accetto in tutto e per tutto la responsabilità!
Elena attese invano quattro, cinque giorni la consueta visita serale dell’amante. «Non viene» pensava «per prudenza: fa bene!» Al sesto giorno però apprese dalla vecchia zia che egli era a letto, ammalato.
– Solo, se vedessi, come un cane; fa pietà!
Difatti, nei primi giorni, Livia, non credendo alla gravità della malattia, non s’era voluta far vedere dal marito. Che pietà poteva egli ispirarle? Non s’era forse logorato per quell’altra?
Né s’ingannava su la causa del male: Ercole s’era davvero ammalato per eccesso di lavoro, per quasi assoluta mancanza di riposo e di giusta nutrizione; per la cupa, costante preoccupazione in cui lo teneva la sua vita falsa e smembrata. La proposta di Elena, l’ira contenuta contro l’autore dell’articoletto scandaloso, avevano determinata a un tratto la caduta.

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