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IL NIDO di Luigi Pirandello |Testo

E l’aveva spinta fuori della stanza, chiudendovisi a chiave tutto tremante.
Livia era partita lo stesso giorno per il suo paese, con l’intenzione di confessar tutto al padre, di finirla per sempre col marito. Ma durante il breve viaggio era ritornata con la mente su la inconsulta risoluzione; aveva riflettuto che così ella avrebbe reso la libertà assoluta al marito, senza vendicarsene; avrebbe forse compromesso il padre, senza scemare di nulla la propria infelicità. No, no! Bisognava agire altrimenti!
La sera stessa era ritornata a Roma, senza farsi vedere dal padre.
Aveva atteso invano, tutta la notte, il marito.
Il domani, una nuova scena, più violenta. Ercole aveva negato un’altra volta. Poi più nulla, fra loro due. S’eran separati di letto.
Da una vecchia zia di Ercole, sorda ed epilettica, la quale da trent’anni, offrendo lo spettacolo della sua miseria limosinante, andava sbandendo per le case dei conoscenti d’esser stata spogliata dal fratello, nonostante i benefici che spesso riceveva dal nipote (il «letterato», com’ella lo chiamava, deridendolo con la bocca sdentata), Livia aveva appreso che dalla relazione del marito con la Mari era nata una bambina.
Ella pianse allora in segreto le sue lacrime più amare, sentì allora più atroce che mai lo strazio della gelosia.
E difatti, lì, adesso, in quelle tre stanzette modeste, in fondo alla via Cola di Rienzo ai Prati, era per Ercole la vera casa; non più questa signorile di via Venti Settembre: qui Livia piangeva di nascosto e si struggeva dentro; lì sorrideva e scherzava Lietta; lì la colpa, irritando, rendeva più appassionato l’antico amore; lì, infine, egli ritrovava l’imagine della sua vita, come sarebbe stata onestamente, senza le due cagioni d’amarissimo rimpianto: il matrimonio d’Elena col Mari, il suo con Livia Arciani. E oltre quest’imagine confortata e sorrisa dalla sua bambina, un altro pensiero ammansava un po’ gli scrupoli di Ercole: che egli, cioè, lavorava e si dava attorno faticosamente per recar l’imbeccata al suo nido nascosto; che egli infine nudriva soltanto di sé il nido suo, la sua bambina.
E quante sere, nell’ora in cui era solito di rincasare, con la mente assorta nei suoi lavori in corso, non si era egli avviato istintivamente verso la solitaria via dei Prati! Poi, colpito a un tratto dall’aspetto di quella via, e risovvenendosi, era tornato sui propri passi, e rientrato nell’altra casa, come entro a una prigione.
Elena Mari, benché ormai sui trentacinque anni, serbava ancora nel volto e nella persona l’altera bellezza, di cui in gioventù s’era tanto invaghito il cugino. Ma l’anima sua, in quattordici anni di basse e tristi lotte contro se stessa, nella smaniosa, soffocante angustia dei mezzi, aveva perduto quella fiamma ardentissima, di cui sfolgoravano prima gli occhi suoi e vibravano le sue risa. Per far tacere la voce che era un tempo come la balda guida della sua giovinezza fiorente e capricciosa, e che adesso le rinfacciava continuamente la vergognosa viltà della sua posizione, ella delle miserie durate si faceva come un’arma di difesa contro la propria coscienza, e ne traeva, ne acquisiva quasi un diritto a un po’ di riposo, fosse pure a danno altrui. Tuttavia ella non poteva, come Ercole, vedere e assaporar quasi l’illusione dell’onestà in quella vita che menavano insieme di furto. Lietta, che per Ercole era la figlia, il cui sorriso poteva sedare ogni tempesta, era invece per lei un’esistenza di più, fuori e oltre la famiglia, consistente, a gli occhi suoi, nei due orfani chiusi all’ospizio. E sempre, fissando lo sguardo su la testina bionda di Lietta, il pensiero di Elena volava a quegli altri due figli, bruni e pallidi; e sempre la loro immagine richiamava alla mente quella del padre, che ella aveva in vita molto amareggiato, e il cui ricordo, trattenuto dai rimorsi, non riusciva forse ancora a seppellire.

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