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NOTIZIE DEL MONDO di Luigi Pirandello | Testo

E ti confesso che mi sentii rimordere anch’io Momino, per tutte le notizie che t’ho date. Temetti veramente, che la presenza nostra ti potesse far dare da un istante all’altro, a non star zitti, una così formidabile sbuffata, da scagliarci addosso quella tua cassa squarciata in mille pezzi da ogni parte.
Ma queste notizie, amico mio, tu dovresti ormai sapere perché e con che cuore io te le do; e non essere come gli altri che s’ostinano a non volere intendere perché venga tanta crudele apparenza di riso a tutto ciò che mi scappa dalla bocca. Come vuoi che faccia io, se mi diventa subito palese la frode che chiunque voglia vivere, solo perché vive, deve pur patire dalle proprie illusioni?
La frode è inevitabile, Momo, perché necessaria è l’illusione. Necessaria la trappola che ciascuno deve, se vuol vivere, parare a se stesso. I più non l’intendono. E tu hai un bel gridare: – Bada! bada! – Chi se l’è parata, appunto perché se l’è parata, ci dà dentro, e poi si mette a piangere e a gridare ajuto. Ora non ti pare che la crudeltà sia di questa beffa che fa a tutti la vita? E intanto dicono ch’è mia, solo perché io l’ho preveduta. Ma posso mai fingere di non capire, come tanti fanno, la vera ragione per cui quello ora piange e grida ajuto, e mostrare d’esser cieco anch’io, quando l’ho preveduta?
Tu dici:
– L’hai preveduta, perché tu non senti nulla!
Ma come e che potrei vedere e prevedere veramente, se non sentissi nulla, Momino? E come aver questo riso che par tanto crudele? Questa crudeltà di riso, anzi, tanto più è sincera, quanto e dove più sembra voluta, perché appunto strazia prima degli altri me stesso là dove esteriormente si scopre come un giuoco ch’io voglia fare, crudele. Parlando a te così, per esempio, di tutte queste amarezze, che dovrebbero esser tue, e sono invece mie.
Sai, poverina? era molto contenta però, oggi, tua moglie, e me lo diceva ritornando dal Verano, di saperti collocato bene ora, secondo i tuoi meriti in una tomba pulita, nuova e tutta per te.
L’ho accompagnata fino al portone di casa, poi, dopo il tramonto, mi sono recato a passeggiare lungo la riva destra del Tevere oltre il recinto militare, in prossimità del Poligono. E qua ho assistito a una scenetta commovente, o che m’ha commosso per la speciale disposizione di spirito in cui mi trovavo.
Per la vasta pianura, che serve da campo d’esercitazione alle milizie, una coppia di cavalli lasciati in libertà si spassavano a rincorrere un loro puledretto vivacissimo, il quale, springando di qua e di là e facendo mille sgambetti e giravolte, dimostrava di prender tanta allegrezza di quel giuoco. E anche il padre e la madre pareva che da tutto quel grazioso tripudio del figlio si sentissero d’un tratto ritornati giovani e in quel momento d’illusione si obliassero. Ma poco dopo, d’un tratto, come se nella corsa un’ombra fosse passata loro davanti, s’impuntarono, scossero più volte, sbruffando, la testa e, stanchi e tardi, col collo basso andarono a sdrajarsi poco discosto. Invano il figlio cercò di scuoterli, di aizzarli novamente alla corsa e al gioco; rimasero lì serii e gravi, come sotto il peso d’una grande malinconia; e uno, che doveva essere il padre, scrollando lentamente la testa alle tentazioni del puledrino, mi parve che con quel gesto volesse significargli: «Figlio, tu non sai ciò che t’aspetta…»
L’ombra già calata su la vasta pianura, faceva apparir fosco nell’ultima luce Monte Mario col cimiero dei cupi cipressi ritti nel cielo denso di vapori cinerulei, dai quali per uno squarcio in alto la luna assommava come una bolla.
Cattivo tempo, domani, Momino!
Eh, comincia a far freddo, e ho bisogno d’un soprabito nuovo e d’un nuovo parapioggia.
Ho preso l’abitudine, sai? di stare ogni notte a guardare a lungo il cielo. Penso: «Qualcosa di Momino forse sarà ancora per aria, sperduta qua in mezzo ai nuovi misteriosi spettacoli che gli saranno aperti davanti».
Perché sono nell’idea che c’è chi muore maturo per un’altra vita e chi no, e che quelli che non han saputo maturarsi su la terra siano condannati a tornarci, finché non avranno trovata la via d’uscita.

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