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NOTIZIE DEL MONDO di Luigi Pirandello | Testo

T’ho detto che in principio fui distratto dallo scriverti dalla ricerca d’una nuova casa; ma non te n’ho detto la vera ragione, come poi del mio viaggio lassù.
Ti basti sapere che tua moglie voleva che mi riprendessi i mobili di mia pertinenza, che sono ancora nella casa che fu nostra, e che, alla mia assicurazione che non sapevo più che farmene né dove metterli e che perciò se li tenesse pure considerandoli ormai come suoi, mi rimandò l’assegno mensile, dicendomi di non averne più bisogno.
Pare difatti che suo cognato abbia intrapreso non so che negozio molto lucroso su medicinali con un suo socio di Napoli, per cui la salute, amico mio, diventerà sempre più preziosa; perché, con questo negozio, povero a chi la perde e vorrà riacquistarla.
Tua moglie usufruirà indirettamente di questo negozio, perché quel socio di Napoli pare che abbia un fratello, e pare che questo fratello, venuto a Roma per concludere la società, la abbia conclusa includendovi, per conto suo, tua moglie.
Sì, amico mio. Ella sposerà tra poco questo fratello del socio di Napoli. Ma io non me ne sarei scappato in Isvizzera per un caso così ordinario, perdonami, e così facilmente prevedibile, se…
Insomma, Momo, faccio conto che la tua cassa sia già scoppiata, e te lo dico. Tua moglie, con l’ajuto del signor Postella, ha avuto il coraggio di farmi intendere chiaramente che a un solo patto avrebbe respinto la profferta di matrimonio di quel fratello del socio di Napoli. E sai a qual patto? A patto che la sposassi io. Capisci? Io. Tua moglie. E sai perché? Per usare un ultimo riguardo alla tua santa memoria.
Ebbene, Momo, credi ch’io me ne sia scappato in Isvizzera per indignazione? No, Momo. Me ne sono scappato, perché stavo per cascarci. Sì, amico mio. Come un imbecille. E se imbecille non ti basta, di’, di’ pure come vuoi. Mi piglio tutto. Non ha altra ragione quest’interruzione di dieci mesi nella nostra corrispondenza.
Fin dov’ero arrivato, fin dov’ero arrivato, amico mio! Ero arrivato fino al punto d’accordarmi col pensiero che tu stesso, proprio tu mi persuadessi a sposare tua moglie, con tante considerazioni che, sebbene fondate in un proponimento disperato, tuttavia mi pareva di doverle riconoscere una più giusta dell’altra, una più dell’altra assennata. Sì. Per te, e per lei, giuste e assennate. Per te, in quanto dovesse riuscirti assai meno ingrato che la sposassi io, tua moglie, anziché un estraneo, perché così tu potevi esser sicuro di rimaner sempre terzo in ispirito nella famiglia, senz’essere mai dimenticato. Per lei, in quanto, se da una parte non s’avvantaggiava lasciando di sposare uno molto più giovane di me, dall’altra certamente ci avrebbe guadagnato la sicurezza assoluta dell’esistenza, la tranquillità, il poter rimanere nella propria casa, senz’abbassamento o mutamento di stato. E poi il piacere velenoso per te di vedermi fare, anche più vecchio di te, quello per cui, in vita, tanto ti condannai.
Ho potuto capire a tempo, per fortuna, tutto l’orrore della vita, amico mio, nei riguardi di chi muore. E che un vero delitto è seguitare a dare ai morti notizie della vita: di quella stessa vita, di cui dentro di noi fu composta la loro realtà finché vissero, e che seguitando a durare nel nostro ricordo finché noi viviamo, è naturale che ormai senza difesa e immeritamente debba esserne straziata. Parlandoti della vita, potevo arrivare, come niente, povero Momino mio, a concludere queste notizie del mondo con l’inviarti in un cartoncino litografato la partecipazione delle mie nozze con tua moglie. Hai capito?
E dunque, basta, via. Finiamola.

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