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NOTIZIE DEL MONDO di Luigi Pirandello | Testo

Ma la volpe non ci si metterebbe, perché son sicuro che con la sua sagacia intenderebbe che, se per modo d’esempio, un favolista fa parlare un asino come un uomo sciocco, sciocco non è l’asino, ma asino è l’uomo.
Basta; chiudo la finestra, Momino: vado a letto.
Filosofia, eh? questa notte: un po’ animalesca veramente, con quei cavalli a principio, e poi con quell’insetto e ora il pipistrello e la tartaruga e il coniglio e la volpe e l’asino e l’uomo…

V
Comprendo che il tempo (quello almeno abbocconato in giorni e lunazioni e mesi dai nostri calendarii) per te ormai è come nulla; ma io mi ero fatta l’illusione che, per mio mezzo, un barlume di vita potesse inalbarti il bujo in cui sei caduto, e la mia voce, che pure è grossa, venir come vocina di ragnatelo a vellicare, non che altro, l’umido e nudo silenzio intorno a te.
Sono passati dieci mesi, Momo; te ne sei accorto? Ti ho lasciato al bujo dieci mesi, senza scriverti un rigo… Ma sta’ pur sicuro che non hai perduto nulla di nuovo: il mondo è sempre porco a un modo e sciocco forse un po’ peggio.
Non credere che t’abbia un solo istante dimenticato. Mi ha prima distratto dallo scriverti ogni sera la ricerca d’un nuovo alloggio; poi ho pensato: «Ma davvero non saprei adattarmi a vivere in queste tre stanzette? Perchè cerco una casa più ampia? per vedermi forse crescere attorno la solitudine?». E quest’ultimo pensiero mi ha gettato in preda a una tristezza indicibile.
Ah, per i vecchi che restano soli (e senza neanche la propria casa, aggiungi!) gli ultimi giorni sono proprio intollerabili.
Mi ritorna viva nell’anima l’impressione che provavo da giovine nel vedere per via qualche vecchio trascinare pesantemente le membra debellate dalla vita. Io li seguivo un tratto, assorto, quei poveri vecchi, osservando ogni loro movimento e le gambe magre, piegate, i piedi che pareva non potessero spiccicarsi da terra, la schiena curva, le mani tremule, il collo proteso e quasi schiacciato sotto un giogo disumano, di cui gli occhi risecchi, senza ciglia, nel chiudersi, esprimevano il peso e la pena. E provavo una profonda ambascia, ch’era insieme oscura costernazione e dispetto della vita, la quale si spassa a ridurre in così miserando stato le sue povere creature.
Per tutti coloro a cui torna conto restare scapoli, la porta della vita dovrebbe chiudersi su la soglia della vecchiaja, buono e tranquillo albergo soltanto per i nonni, cioè per chi vi entra munito del dolce presidio dei nipoti. Gli scapoli maturi dovrebbero interdirsene l’entrata, o entrarci appajati da fratelli, com’era mia intenzione. Ma tu, nel meglio, mi tradisti; frutto del tradimento, la tua morte affrettata: maggior danno però, forse, per me rimasto così solo e abbandonato, che per te colpevole verso l’amico di tanta ingiustizia, per non dire ingratitudine.
Lasciami sfogare: ho traversato un periodo crudele. A un certo punto, ho fatto le valige, e via!
Ho voluto rivedere i tre laghi e, con particolar desiderio, quello di Lugano che, date le condizioni d’animo con cui avevo intrapreso il primo viaggio, al tempo del tuo matrimonio, mi aveva fatto maggiore impressione.
Sono rimasto disilluso!
Eppure dicono che i vecchi non riescono a veder più le cose come sono, bensì come le hanno altra volta vedute.
Più d’ogni altro mi ha fatto dispetto un certo gruppo d’alberi, di cui avevo serbato memoria, che fossero altissimi e superbi. Li ho ritrovati all’incontro quasi nani e storti, umili e polverosi: li ho guardati a lungo, non credendo a gli occhi miei; ma erano ben dessi, senz’alcun dubbio, lì, al lor posto; e ho sentito in fine come se essi avessero risposto così alla mia disillusione:
«Hai fatto male, vecchio, a ritornare! Eravamo per te alberi altissimi e superbi; ma, vedi ora? Noi siamo stati sempre così, tristi e meschini…»
Senza i tuoi augurii, ho compito a Moltrasio sul lago di Como sessant’anni. In un’umile trattoria ho alzato il bicchiere e borbottato:
– Tommaso, crepa presto!
Sono ritornato a Roma l’altro jeri.
E ora dovrei venire alle cose brutte per te; ma sento che non mi è possibile.
L’immagine di quella tua cassa gonfia m’occupa come un incubo lo spirito, e penso che, se non è ancora scoppiata, scoppierebbe, se ti dicessi ciò che sta per avvenire a casa tua.
Io non ci posso portare, amico mio, nessun rimedio.

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