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L’USCITA DEL VEDOVO di Luigi Pirandello | Testo

Il mondo seguitava a vivere intorno a lui; col tramenio incessante, con le mille cure, le brighe giornaliere, svariate: lui n’era rimasto fuori, là serrato in quel cerchio di diffidente clausura, in quella casa vuota, ma pur tutta piena, come l’anima sua, degl’irti sospetti della moglie.
Da questi sospetti, dallo spirito ostile e alacre, dall’energia spesso aggressiva della moglie, egli – vivendo di lei e per lei unicamente – s’era sentito sostenere. Ora gli pareva d’esser rimasto come un sacco vuoto.
A chi affidarsi? a chi affidare la casa? a chi affidare i figliuoli?
Tutto il suo mondo era lì in quella casa. Ma che cos’era piú ormai, quella casa senza colei che la animava tutta? Egli non vi si sapeva piú neanche rigirare. Come curare i piccini? come attendere ad essi? Non sapeva da che parte rifarsi. Tra pochi giorni gli sarebbe toccato ritornare all’ufficio; e quei piccini?
Nessuna serva era mai durata in casa piú di sei mesi. Quest’ultima c’era da pochi giorni; si era mostrata premurosa nella sventura; pareva una buona vecchina; ma poteva fidarsene?
No. La moglie, dentro, gli diceva no. Non per quella serva soltanto; per tutte le serve del mondo. No.
Se non che, per vivere com’ella voleva, com’egli le aveva giurato, avrebbe dovuto lasciar l’ufficio e tapparsi in casa dalla mattina alla sera. Era possibile? Doveva lavorare. Non poteva far le parti anche della moglie, che in fondo faceva tutto in casa. La sventura non lo aveva colpito per nulla. Bisognava pure che quella serva facesse qualche cosa invece della moglie. Ai figliuoli, no, ai figliuoli voleva badar lui: lui vestirli la mattina; preparar loro la colazione; poi condurre a scuola il maggiore; lui servirli a tavola, e poi la sera a cena, e far loro recitare le orazioni e svestirli per metterli a letto, nella loro cameretta vigilata da un ritratto fotografico ingrandito della mamma che non c’era piú. Quanti baci dava loro tra le lagrime!
Che orrore, poi, quella casa muta, quando i piccini erano a letto.
Tornava a sedere innanzi alla tavola non ancora sparecchiata e si metteva ad arrotondare al solito pallottoline di mollica, rimeditando, angosciato la sua orrenda sciagura.
Un cupo rammarico lo coceva per la crudele ingiustizia della sua sorte.
Aveva sofferto prima, immeritamente; soffriva tanto adesso! E nessuno lo poteva consolare. La moglie non aveva saputo né voluto leggergli dentro, nell’anima; e lo aveva torturato senza ragione; ora ella non poteva vedere com’egli vivesse senza di lei in quella casa, come avesse mantenuto il giuramento fatto; e forse, se di là poteva pensare, immaginava ancora, testarda e cieca, che egli ora godesse, libero… Che irrisione!
Vedendolo così vinto e spronfodato nel cordoglio, la vecchia serva, una di quelle sere, si fece animo e gli suggerì d’andare un po’ fuori a fare una giratina per sollievo. Si voltò a guardarla torvo; alzò le spalle; non volle neanche risponderle.
– Prenderà un po’ d’aria… – insistette, quella, timidamente. – Starò attenta io ai bambini, non dubiti… Del resto, non mi svegliano mai… Lei dovrebbe farlo anche per loro, mi perdoni. Così si ammalerà.
Teodoro Piovanelli scosse il capo lentamente, con le ciglia aggrottate e gli occhi chiusi. Sotto la borsa delle palpebre gonfie gli fervevano le lagrime. Si levò da tavola, s’appressò alla finestra e si mise a guardar fuori dietro ai vetri.

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