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L’USCITA DEL VEDOVO di Luigi Pirandello | Testo

Gli altri facevano il male, e lui ne doveva pianger la pena, giacché, per la moglie, il tradimento di quei mariti era tal quale come se l’avesse commesso lui: gli toglieva la pace, l’amore di lei, tutte le gioie della famiglia, che aveva pur diritto di godere, lui, illibato com’era e con la coscienza tranquilla. Odiava il genere umano quella donna – tanto i maschi quanto le femmine – per quella sua terribile malattia. Il povero Piovanelli strabiliava, sentendola sparlare delle donne, di che cosa erano capaci secondo lei.
– Tu non lo sai, è vero? – gli gridava sdegnata, indispettita, nel vederlo così stupito. – Qua. mordi il ditino, pezzo d’ipocrita! Ma se lo dico io che posso parlar franca, perché nessuno può sospettare di me e non ho bisogno, io, di far l’ipocrita come tutte le altre per far piacere ai signori uomini. Te lo dico io!
E quante gliene diceva! Si sentiva violentare, povero Piovanelli, nella sua timidità.
Ormai, lui che aveva avuto sempre il ritegno piú rispettoso per la donna, lui che non s’era permesso un atto un po’ spinto, una parola arrischiata, lui che aveva creduto sempre difficilissima ogni conquista amorosa, si sentiva insidiato da tutte le parti, e andava per le strade a capo chino; e se qualche donna lo guardava, abbassava subito gli occhi; se qualche donna gli stringeva appena appena la mano, diventava di mille colori.
Tutte le donne della terra eran diventate per lui un incubo: tante nemiche della sua pace.

III
Con quest’animo può immaginarsi che cosa fu la morte per la signora Piovanelli, quando, colta all’improvviso da una nerissima polmonite, se la vide davanti inesorabile, a poco piú di trentasei anni. Non potendo piú parlare, parlava con gli occhi, parlava con le mani. Certi gesti! E gli occhi da bestia arrabbiata.
Il povero Piovanelli, quantunque straziato, ne ebbe paura: temette davvero che lo volesse strozzare, quando gli buttò le braccia al collo e glielo strinse, glielo strinse, per la Madonna santissima, con tutta la forza che le restava, quasi se lo volesse trascinare giú nella fossa, con sé.
Ma volentieri lui, sì, volentieri giú con lei.
– Sì, sì, te lo giuro, stai tranquilla! – le ripeteva in un torrente di lagrime, rispondendo al gesto di quelle mani e per placare la ferocia di quegli occhi.
Invano! La disperazione atroce in cui quella donna moriva per non volere, con ostinata ingiustizia, neppure in quel momento supremo fidarsi di lui, accordargli la stima che si meritava, riconoscere la verità del suo cordoglio, di quelle sue lagrime sincere, esasperò talmente Piovanelli, che a un certo punto si mise a urlare come un pazzo, si strappò i capelli, si percosse le guance, se le graffiò; poi, buttandosi ginocchioni innanzi al letto, con le braccia levate:
– Vuoi giurato, di’, vuoi giurato che non avvicinerò mai piú una donna, finché campo, perché le odio tutte? Te lo giuro! Non vivrò che per i nostri piccini! O vuoi che mi uccida qua, davanti a te? Pronto! Ma pensa ai nostri piccini, e non ti dannare per me! Oh Dio, che cosa! ah, che cosa… Dio! Dio!
Incanutì su le tempie in pochi giorni Teodoro Piovanelli, dopo il funerale.
Per nove interi anni non aveva vissuto che per quella donna, assorto continuamente nel pensiero di lei, unico e tormentoso: che non avesse mai cagione di lamentarsi, di diffidar minimamente di lui; in assidua, scrupolosa, timorosa vigilanza di sè. Quasi con gli occhi chiusi, con le orecchie turate aveva vissuto nove anni; quasi fuori del mondo, come se il mondo non fosse piú esistito.
Si sentì a un tratto come balzato nel vuoto; annichilito.

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