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L’UCCELLO IMPAGLIATO di Luigi Pirandello | Testo

Fu accolto con tanta festa, che ne rimase per un pezzo balordo. Chiudeva gli occhi e parava le mani in difesa, ogni qualvolta Lillina accennava di saltargli al collo. Ah che cara diavoletta, che cara diavoletta! quella Lillina! Friggeva tutta. Era la vita! Volle per forza che rimanesse a desinare con loro. E quanto lo fece mangiare, e quanto bere! Si levò ebbro, ma più di gioja che di vino.
Quando fu la sera però, appena giunto a casa, Marco Picotti si sentì male. Una forte costipazione di petto e di stomaco, per cui dovette stare a letto parecchi giorni.
Invano Annibale cercò di dimostrargli che questo era dipeso perché se n’era dato troppo pensiero e non s’era buttato con coraggio e con allegria allo sproposito. No, no! mai più! mai più! E guardò il fratello con tali occhi, che Annibale a un tratto… – no, perché? –.
– Che… che mi vedi? – gli domandò, impallidendo, con un sorriso smorto sulle labbra.
Disgraziato! La morte… la morte… Già ne aveva il segno lì, in faccia, il segno che non falla!
Glielo aveva scorto in quell’improvviso impallidire.
I pomelli gli erano rimasti accesi. Spenta l’allegria ecco lì sugli zigomi, i due fuochi della morte, cupi, accesi.
Annibale Picotti morì difatti circa tre anni dopo le nozze. E fu per Marco il colpo più tremendo.
Lo aveva previsto, sì, lo sapeva bene che per forza al fratello doveva andargli a finire così. Ma intanto, che terribile monito per lui, e che schianto!
Non volle arrischiarsi neanche ad accompagnarlo fino al cimitero. Troppo si sarebbe commosso e troppo dispetto, anzi odio gli avrebbero mosso dentro gli sguardi della gente, che da un canto lo avrebbero compassionato e dall’altro gli si sarebbero fitti acutamente in faccia, per scoprire anche in lui i segni del male di che erano morti tutti i suoi, fino a quell’ultimo.
No, egli no, non doveva morire! Egli solo, della sua famiglia, l’avrebbe vinta! Aveva già quarantacinque anni. Gli bastava arrivare fino ai sessanta. Poi la morte – ma un’altra, non quella! non quella di tutti i suoi! – poteva pure prendersi la soddisfazione di portarselo via. Non gliene sarebbe importato più nulla.
E raddoppiò le cure e la vigilanza. Non voleva però in pari tempo che la costernazione assidua, quello starsi a spiare tutti i momenti gli nocesse. E allora arrivò fino a proporsi di fingere davanti a se stesso che non ci pensava più. Sì, ecco, di tratto in tratto, certe parole, come: «Fa caldo» oppure: «Bel tempo» gli venivano alle labbra, sole, non pensate, proprio sole; non che lui le volesse proferire per sentir se la voce non gli si fosse un poco arrochita.
E andava in giro per le ampie stanze vuote della casa antica, dondolando il fiocco della papalina di velluto e fischiettando.

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