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LA DISDETTA DI PITAGORA di Luigi Pirandello | Testo

La mia disdetta vuole, che di tutto quello che io sento nessuno mai debba o voglia tener conto. Renzi, com’ho detto, rideva, e, poco dopo, per distrarre il malato, gli volle raccontare questa bella avventura. Sentite ora che ne seguì.
Quel poveretto rimase in prima stranamente stupito del mio abbaglio; ci lavorò su un pezzo con la fantasia, durante il tragitto dalla stazione all’albergo, e, alla fine, afferrandomi per un braccio, con tanto d’occhi sbarrati, confitti nei miei, mi gridò:
— Pitagora, hai ragione!
Mi spaventai; mi provai a sorridergli:
— Che vuoi dire, caro Tito?
— Dico che hai ragione! — ripeté egli senza lasciarmi, con un brio di luce terribile negli occhi sempre più sbarrati. — Non ti sei ingannato! Quello che tu saluti sono io. Proprio io, Pitagora, che non ho mai lasciato Roma! mai! mai! Chi dice il contrario, è mio nemico! Qua, qua, tu hai ragione, io sto qua, sempre, a Roma, giovane, libero, felice, come tu ogni giorno mi vedi e mi saluti. Caro mio Pitagora, ah, respiro! respiro! Che peso m’hai levato dal petto! Grazie, caro, grazie, grazie… Sono felice! felice!
E, rivolgendosi al cognato:
— Abbiamo fatto un brutto sogno, Quirino mio! Dammi, dammi un bacio! Sento il gallo cantare di nuovo nel mio vecchio studio di Roma! Pitagora qui presente te lo dice. È vero, Pitagora? è vero? ogni giorno tu m’incontri qua a Roma… E che faccio io a Roma? Dillo a Quirino. Faccio il pittore! il pittore! E vendo, no? Se mi vedi che rido, vuol dire che vendo! Ah… Va benone… Viva la gioventù! Scapolo, libero, felice…
— E la sposina? — mi lasciai scappare disgraziatamente, senza avvertire che Renzi, per prudenza, poco fa, nel raccontargli l’equivoco, aveva tralasciato questo pericoloso particolare.
Il volto di Tito s’abbuiò a un tratto. Mi riafferrò questa volta per tutt’e due le braccia:
— Che hai detto? Come! Prendo moglie?
E guardò sbigottito il cognato.
— Ma che! — gli faccio io, subito, per rimediare, a un cenno di Renzi. — Ma che, caro Tito! So bene che tu scherzi con quella marmottina!
— Scherzo? Ah, scherzo, dici? — incalzò Tito, infuriandosi, stravolgendo gli occhi, agitando le pugna. — Dove sono? dove sto? dove mi vedi? Bastonami come un cane, se mi vedi scherzare con una donna! Non si scherza con le donne… Si comincia sempre così, Pitagora mio! E poi… e poi…
Scoppiò di nuovo in pianto, coprendosi il volto con le mani. Invano io e Renzi cercammo di quietarlo, di consolarlo.

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