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VA BENE di Luigi Pirandello | Testo

Dolfino sapeva, fino all’età di otto anni, che la mamma sua era morta nel darlo alla luce, ma, due anni fa, un bel giorno, mentre il padre si trovava all’ufficio, aveva veduto entrare in casa una certa signora vestita alla bizzarra, incipriata, imbellettata, la quale, fra molte lagrime, aveva avuto il piacere di assicurargli che non era vero niente, perché la mamma sua, invece, eccola qua, viveva ancora; era lei, proprio lei, che gli voleva bene, oh tanto! e voleva star sempre con lui e curarlo e carezzarlo giorno e notte cosí, come faceva ora, cosí, il figlietto suo bello, il figlietto suo caro.
Se non che, la balia che lo aveva allevato e che, rimasta vedova e sola, era venuta a trovarlo per star con lui, da governante ora e da serva rientrando in casa con la spesa giornaliera, s’era scagliata addosso a quella femmina, le aveva strappato il ragazzo dalle braccia; e il povero Dolfino, atterrito, aveva sentito ripetere dalla sua balia a colei che si diceva sua madre turpi parole, per cui le due donne eran venute alle mani, e n’era seguita una scena orribile, dopo la quale egli aveva dovuto mettersi a letto assalito da una violentissima febbre.
Cosmo Antonio Corvara Amidei s’era recato in questura a denunziare quella trista donna, che – non contenta di tutto il male fatto a lui – voleva farne dell’altro al figliuolo innocente.
Satanina, che fin dall’età di diciott’anni, alla morte de padre, voleva andarsene – come si sa – alla ventura, fuggita col pittore francese che le faceva il ritratto, era stata quattr’anni a Parigi, poi a Nizza, poi a Torino, poi a Milano, cadendo man mano sempre piú nel fango. Pochi giorni dopo il suo arrivo a Roma, era stata veduta dal marito il quale, nello scorgerla in quello stato, quantunque già se lo fosse immaginato, s’era sentito mancare in mezzo alla via ed era stato condotto in una farmacia, sorretto per le ascelle.
Egli era già caduto in mano d’un certo prete sardo, conosciuto a Sassari, per nome don Melchiorre Spanu, il quale s era fisso il chiodo di ricondurre all’ovile quella pecorella da tant’anni smarrita. Gli dava a leggere, nelle interminabili ore d’ufficio, libri e libri e libri d’argomento religioso; gli dimostrava con le piú lampanti prove che unica e sola causa di tutte le sciagure sofferte era l’indegno modo con cui egli in gioventú s’era regolato con la Santa Madre Chiesa, e che non per nulla, certo, Dio pareva si volesse raccogliere ora nella sede degli angeli e dei beati quel caro ragazzo, quel buon Dolfino: insomma, era un sacro ammonimento, questo, perché il professor Corvara Amidei, l’apostata, rimasto solo, si fosse indotto a entrare in qualche convento: per esempio, in quello della Trappa, alle Tre Fontane. Santo luogo, santo luogo; quello che proprio ci voleva per far penitenza.
Sentendo questi discorsi, il professor Corvara Amidei si stringeva nelle spalle, protendeva il collo, socchiudeva gli occhi e ripeteva ancora una volta:
E va bene!
Certi giorni, all’uscita dal Ministero, lo attendevano don Melchiorre Spanu di qua, sui gradini di Santa Maria della Minerva, la moglie di là, appoggiata maestosamente alla ringhiera del Pantheon. I due si lanciavano da lontano occhiatacce fulminanti: il prete, stropicciandosi le dita sul mento e su le guance, dove le ispide punte della barba pareva gli rinascessero ogni volta sotto il raschiamento del rasojo; la donna, con un sogghignetto perfido su le labbra dipinte.

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