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VA BENE di Luigi Pirandello | Testo

Egli rimane a bocca aperta, poi comincia a passarsi le mani nocchierute su le gambe, pian piano, zitto.
– Vole, sor padrone, che vada giú io a sentire? In due salti… ’onosco lui, il pittore francese.
Egli par che non senta, e la servetta allora scappa via. In capo a pochi minuti è su di nuovo, affocata, ansimante. Appena può trar fiato:
– Eh, mi pareva assai! – esclama. – Ito via, anche lui. Da jeri. Sicché, via, ’oincide.
Il professor Corvara Amidei séguita a’ star muto, col volto immobile, da ebete, e a passarsi meccanicamente le mani sulle gambe. La servetta sta un pezzo a mirarlo, impietosita, poi esclama tra sé, alludendo alla padrona:
«Imbecille, vah! Poteva starsene qua, col su’ sposo che la trattava ’osi perbenino, tranquillo là, poer’omo, come una tartaruga.» – Su via, sor padrone, si faccia animo, su! ’un stia ’osí, si dia uno sfogo. ’Gnorantaccia, sa! L’amore… Sa com’è? L’è come il latte messo al foco, che prima si gonfia, poi alza il bollo e scappa via… Su, su, coraggio. Si provi un po’ a votarsi il core, sor padrone… ’un stia ’osí!
Ma il professor Corvara Amidei, a queste ingenue, amorevoli esortazioni, tentenna appena il capo; non dice nulla. Non piange, perché non gl’importa di far conoscere che soffre; non vuole intenerire, né chieder conforto o commiserazione. È stupito, in fondo, di non provare tutto quel cordoglio che forse qualche volta aveva pensato di dover provare se Satanina o l’amore di lei, per un caso atroce imprevedibile, gli fossero venuti a mancare. Ed ecco: nulla, invece, nulla. S’aspettava forse che il mondo dovesse crollare, o lui per lo meno restarne fulminato. Ed ecco, invece, nulla, nulla. Egli, ora, può licenziare la serva, pagarle il resto della mesata rispondere anche alle altre esortazioni ch’ella gli fa nell’andarsene, col suo solito:
– E va bene… E va bene…
Rimasto solo, però, rimessosi a sedere, s’accorge tutt’a un tratto che non ha piú voglia neppure d’alzare un dito, e che il mondo, dunque, davvero è crollato per lui; ma, cosí, quietamente, senza parere. Le sedie stanno lí, l’armadio sta lí, il letto lí… ma per che farne piú, ormai?
Egli ora si stropiccia un po’ piú forte le gambe con ambo le mani, istintivamente, perché si sente preso dal freddo, da un freddo curioso, alle ossa, invadente. Ma non si muove. Ripete fra sé quelle poche notizie che gli ha dato la servetta: «Il ritratto… Il pittore francese… Ci andava ogni mattina…». E ora comincia a battere anche i denti, seguitando a stropicciarsi piú forte, senza saperlo, le gambe che gli ballano. Quelle tre idee: del ritratto, del pittore francese e di lei che ci andava ogni mattina, gli si fissano nel cervello, come tre stellette di carta, di quelle che piglian vento e girano. Gli s’annebbia la vista; trema tutto; perde i sensi; casca dalla seggiola, e resta lí.
Siamo nel marzo del 1904. Sono passati nove anni e dieci mesi. Il professor Corvara Amidei non si ricorda piú, quasi, d’essere stato lí lí per morire all’ospedale, allora, dopo quell’esercizio ancor più difficile. Il pensiero del figlioletto lontano, là, in un paesello della Sabina, lo ha salvato. Ora egli lo ha con sé, Dolfino. Ma il povero ragazzo, che ha già dieci anni e par che li abbia proprio per forza, tirati, tirati su dalle piú minuziose cure del babbo, il povero ragazzo corre ahimé il rischio d’aver la stessa fortuna del padre: o forse no, si spera: perché, cosí gracile, cosí miserino com’è, sembra accenni piuttosto di volersene andare dello stesso male, di cui il babbo fu minacciato da ragazzo, quand’era al seminario.

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