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VA BENE di Luigi Pirandello | Testo

Con un cartoccio di schiumette sotto il braccio (quanto piacciono le schiumette a Satanina!) il professor Corvara Amidei rincasa quel giorno, al solito, alle ore diciotto e mezzo precise; sale la scala interminabile; trae il chiavino cerca e trova a tasto il buco della serratura, apre, entra. Satanina non è in casa. E dov’è? Ella non suole mai andar fuori a quell’ora. Qualcosa, certamente, dev’esserle accaduta; perché, né la tavola nel salottino da pranzo è apparecchiata, né in cucina c’è alcunché preparato per il desinare: i fornelli, spenti; e tutto in ordine, come a mezzogiorno ha dovuto lasciarlo la servetta che tengono a mezzo servizio, per la spesa e la pulizia di casa. Ma che mai può essere accaduto a Satanina? Forse qualche improvvisa chiamata dalla balia di Dolfino? E sarebbe partita cosí, senza neppure avvertirlo al Ministero? Ridiscende la scala quant’è lunga, per domandare al portinajo qualche notizia; ne domanda anche ai bottegaj lí presso, alla servetta del pigionale che gli sta accanto: nessuno sa nulla. Su, in casa, non può resistere a lungo al contrasto fra la confusione che ha nell’animo e l’ordine e la quiete delle tre stanzette, le quali pare stieno a aspettare, con tutti i mobili, che la placida vita consueta séguiti a svolgersi fra loro. Esce, dapprima senza mèta, in cerca; poi si reca al Telegrafo e spedisce alla balia di Dolfino un telegramma d’urgenza, con risposta pagata; séguita a gironzolare, di qua e di là, dove lo portano i piedi, con la testa che gli gira come un molino; e non s’accorge neppure che s’è fatto bujo. Quando gli pare che il telegramma di risposta non possa ormai piú tardare di molto, rincasa con la speranza di trovar su Satanina; ma il portinajo gliela leva subito; e allora egli si sente cosí stanco, cosí stanco, da non saper come fare a risalire ancora una volta tutta quella scala. Come Dio vuole, ci riesce; entra al bujo, al bujo perviene nella camera da letto, al bujo rimane a attendere, sprofondato in una poltrona.
Gli pare a un certo punto che un ronzío strano si sia messo a turbinargli dentro, nel capo, nel ventre, fin nelle piante dei piedi e nei ginocchi, sommovendo, sconvolgendo, attirando nella sua furia pensieri e sentimenti; ma quando, di lí a poco, intronato, si reca alla finestra per spiare se qualche fattorino del Telegrafo si faccia alla porta di casa, s’accorge che quel ronzío turbinoso proviene – eh maledetta! – da una lampada elettrica che s’è stizzita, giú, in mezzo alla via.
All’alba arriva finalmente la risposta della balia – negativa. L’ultimo filo di speranza, cosí, è spezzato.
Poche ore dopo, viene la servetta per far la spesa giornaliera e rimettere in ordine la casa. È una toscanina; tozza, ma svelta; muso duro e linguacciuta.
– Ben alzato!
– Non c’è… – le annunzia, con aria stralunata e con faccia cadaverica, il padrone. – Da jeri.
– Via! O che mi dice?
Il professor Corvara Amidei apre le braccia; poi si cala pian piano a sedere su una seggiola e rimane lí, come inebetito. Aggiunge:
– Tutta la notte.
– O dove mai la pol’essere andata?
Il professor Corvara Amidei apre di nuovo le braccia.
– Che provi un po’, sor padrone, – gli suggerisce allora quella, – che provi un po’ a cercarla giú, dove stanno que’ certi… ’un so… son forastieri, che fan le pitture. So d’uno che le faceva… ’un so, il ritratto.
Il professor Corvara Amidei si scuote, la guarda un po’:
– A lei? Il ritratto a lei? E quando?
– Credevo che lo sapesse. Ma sí! La sora padrona ci andava ’gni mattina, ci andava. E poi, il dopopranzo.

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